ECONOMIA –

Consigli tecnicie gestionali per ridurre questo tipo di costo di produzione,dal campo alla mangiatoia

Bilancio; per contenere il costo alimentare

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Con l’attuale scenario del mercato del latte l’ottimizzazione dell’efficienza alimentare può davvero fare la differenza tra perdere e guadagnare. Da tempo ormai, la gestione alimentare mira sempre più all’impiego di prodotti e razioni in grado di abbattere il più possibile il costo alimentare per litro di latte prodotto che, ad oggi, rappresenta ancora il 60% dell’intero costo di produzione.

 

Questo sforzo può, però, essere vanificato da deficit manageriali degli alimenti dal campo alla mangiatoia che, di fatto, possono creare perdite nutrizionali e quindi significative diseconomie. Ecco allora che adottare le strategie giuste per ridurre al minimo le inevitabili “perdite” di alimenti e del loro valore nutritivo offre una sostanziale opportunità di miglioramento economico dell’allevamento.

Una misura economica

 

Proviamo a definire una misura economica di questi concetti.

 

Variazione di sostanza secca o perdite di nutrienti a causa del vento, delle precipitazioni, di scoli dalle trincee e cattivo insilamento. Una recente ricerca americana ha stimato in circa il 20% le perdite di sostanza secca del silomais che si possono verificare dal campo alla mangiatoia. Se quantifichiamo il valore di 1 quintale di sostanza secca da silomais in 140 euro, un allevamento che munge 200 vacche e ha una razione con 25 kg di silomais al 32% di sostanza secca consuma circa 5.800 quintali di sostanza secca da silomais all’anno, il cui valore stimato sarebbero più di 80mila euro. Il 20% sono 16mila euro!

 

Aziende con una problematica rilevante di piccioni. Questi potrebbero addirittura modificare il rapporto foraggio/concentrato nella miscelata. Di fatto un piccione mangia circa 70 grammi di granaglie al giorno. Ipotizziamo la presenza di 50 piccioni al giorno, con un costo medio dei concentrati della razione pari a 30 centesimi di euro per chilo. A conti fatti i 50 piccioni mangiano 1,05 euro al giorno, ovvero più di 380 euro all’anno!

 

Scarsa precisione di chi prepara le razioni nel carro. Durante il carico dei singoli ingredienti, la loro miscelazione e loro somministrazione agli animali, ci possono essere errori di sovradosaggio di ingredienti anche del 20% rispetto alle ricette teoriche. Nel caso questo avvenga per i concentrati, mantenendo un valore di 30 centesimi per chilo, possiamo fare questo conto: una vacca mangia 22 kg di sostanza secca, rappresentata per almeno il 50%, ovvero 11 kg, dai concentrati, ovvero 3,3 euro. Il 15% in più sono 0,50 centesimi capo giorno. Per la nostra mandria da 200 capi rappresenterebbero più di 36.500 euro all’anno.

 

Management nutrizionale. Questo ha una notevole influenza sul comportamento delle vacche, sulla produzione, sulla loro salute e sull’efficienza alimentare della dieta. I principali aspetti del management alimentare comprendono l’avanzo alimentare, l’accessibilità all’alimento, la frequenza di distribuzione, e la densità dell’alimento distribuito. La variabilità di somministrazione dei nutrienti (ovvero razioni che variano giorno dopo giorno) può derivare da precarie condizioni operative del carro, dal fatto che lavora con troppo o troppo poco carico, da un non corretto tempo di miscelazione piuttosto che da uno scarico non uniforme in mangiatoia. La lunghezza di taglio non idonea si traduce in un maggior effetto ingombro ovvero in una depressione della capacità di ingestione di sostanza secca che come ben noto, rappresenta il punto critico principale per garantire elevate produzioni. Non solo, fieni tagliati troppo lunghi  aumentano la possibilità da parte delle bovine di fare selezione, fenomeno che induce dismetabolie ruminali e quindi perdita dell’efficienza di conversione della razione e della qualità del latte.

L’importanza di un foraggio
di elevata qualità

 

La qualità va intesa sia in termini di “qualità chimica”, legata alla composizione dei nutrienti, al profilo fermentativo, alla variazione di umidità e alla presenza eventuale di muffe e micotossine; sia in termini di “qualità fisica”, determinata dalla lunghezza di trinciatura del foraggio, dalla capacità di miscelarlo in razione in modo ottimale e duraturo giorno dopo giorno ed infine dalla fragilità strutturale che può avere.

 

A influenzare la qualità di un foraggio concorrono lo stadio di maturità alla raccolta (che determina poi il livello di NDF e di Lignina), il profilo fermentativo degli insilati (influenzato dall’umidità del foraggio alla raccolta e dalla capacità di compattare adeguatamente la massa in trincea), lunghezza di trinciatura e rottura adeguata della granella del silomais, e infine la digeribilità della fibra (che dipende dallo stadio di raccolta e dalle condizioni climatiche e di crescita delle colture).

 

Molto spesso le trincee che contengono gli insilati utilizzati per l’alimentazione delle vacche sono di grandi dimensioni. Questo pone l’allevatore di fronte ad una serie di punti critici di carattere gestionale che possono mettere a repentaglio la qualità del prodotto finale se non adeguatamente considerati.

 

Prima di tutto la massa insilata può risultare compattata in maniera diversa nelle diverse parti della trincea, predisponendo l’alimento a fermentazioni anomale, perdita di sostanza secca, sviluppo di muffe e mancanza di uniformità nella composizione dei nutrienti lungo il fronte della trincea.

 

Se la trincea non è correttamente dimensionata rispetto alle esigenze aziendali si rischia una rimozione giornaliera insufficiente del fronte, specialmente nel periodo caldo con maggior rischio di deterioramento aerobico della massa.

 

Una trincea non correttamente sigillata e ricoperta da pesi sarà predisposta alla formazione di muffe, soprattutto nella parte superiore e laterale della massa.

 

Tutto ciò risulta in un alimento che nel corso dell’anno sarà caratterizzato da una variabilità della composizione chimica e della salubrità.

 

Per limitare queste problematiche, innanzitutto, risulta necessario:

 

a) Progettare le dimensioni delle trincee di stoccaggio sulla base dei reali fabbisogni di stalla. L’obiettivo deve essere quello di rimuovere, soprattutto durante il periodo estivo, almeno 30 cm di fronte ogni giorno riducendo così il rischio di riscaldamento della massa, specialmente nel caso di foraggio con bassa densità di compattamento.

 

b) Analizzare il foraggio molto frequentemente (almeno una volta al mese) per composizione chimica e profilo fermentativo presso un laboratorio di fiducia.

 

c) Inoltre, verificare la sostanza secca degli insilati almeno una volta la settimana per correggere la quantità di foraggio tal quale incluso nella ricetta della razione.

 

d) Infine, eliminare accuratamente tutte le aree in cui vi è stato deterioramento aerobico e formazione di muffe.

Il nuovo silomais

 

Già da alcune settimane, allevamenti che si sono trovati a corto di insilato di mais hanno iniziato a utilizzare quello prodotto in questa campagna. La fermentazione che potrebbe sembrare conclusa, in realtà rivela una massa ancora in fase di stabilizzazione che può quindi risultare ancora calda e sensibile ad ulteriori processi fermentativi anche a causa dell’ingresso di aria dal fronte. Quest’ultimo aspetto determina notevoli perdite di sostanza secca di cui purtroppo difficilmente ci accorgiamo. Inoltre, con l’inserimento del nuovo silomais succede spesso che la produzione si riduca o non accenni ad aumentare nonostante l’ingestione risalga grazie al clima più fresco.

 

Bisogna considerare, infatti, che il valore nutritivo o meglio la quantità di nutrienti digeribili del silomais cambia con il passare del tempo e nel nuovo insilato la digeribilità della fibra e dell’amido risulta ridotta.

 

Secondo un recente studio la digeribilità del silomais migliora costantemente nel corso dei primi sei mesi di conservazione. Quella dell’NDF continua a migliorare anche nel corso dei mesi successivi. Come risulta dai dati riportati nello studio (vedi tabella), la digeribilità in vitro della sostanza secca a 12 ore migliora di circa 0,5 punti percentuali al mese, per i primi sei mesi di conservazione (dal 37,4 al 40% circa) e di 0,7 punti percentuali al mese nel caso della digeribilità a 30 ore. Nel caso dell’NDF la digeribilità in vitro a 30 ore incrementa da un valore del 29.2% nel primo mese sino al 39,2% a distanza di 11 mesi.

 

Nel caso dell’amido la digeribilità totale a livello ruminale e intestinale aumenta in media di 1,8 punti % nei primi sei mesi passando da un valore del 91,6% a circa il 96 %. L’evoluzione della digeribilità dell’amido è un elemento da tenere bene in considerazione nel razionamento degli animali.

 

Alla luce di questi dati le vacche a inizio lattazione, in ragione della loro limitata capacità di ingestione di sostanza secca, sono quelle che maggiormente possono essere penalizzate dalla ridotta digeribilità del nuovo silomais. Tale situazione porta inoltre a una ridotta produzione e a una minore efficienza alimentare in ragione della minore massa microbica che si produce nel rumine a causa della minore fermentescibilità del nuovo foraggio.

Altri tipi di insilato

 

Un valore aggiunto potrebbe essere rappresentato da un maggiore utilizzo di foraggi prodotti in primavera e di buona digeribilità (ad esempio l’insilato di loiessa o di cereali autunno-vernini), al fine di sostituire una quota parte di fibra del silomais nel periodo autunnale.

 

In alternativa si potrebbe valutare l’opzione futura di avere una maggiore disponibilità di insilato di mais in modo da poter aprire il nuovo prodotto dopo almeno tre/quattro mesi di conservazione.

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