Zootecnia del Centro Italia, i numeri

A renderlo noto è la Coldiretti che sottolinea: «L’allevamento in questi territori (131 comuni tra Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo) ora rischia concretamente di scomparire insieme alle specialità locali». Se ne discuterà anche ad Agriumbria, in programma dal 31 marzo al 2 aprile a Bastia Umbra (Pg)


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Dai bovini ai suini, dalla produzione di latte a quella di carne e formaggi, tra cui numerose dop e igp. La zootecnia delle regioni del centro Italia è da sempre un pilastro dell’economia per Toscana, Umbria, Marche, Lazio e Abruzzo, le cui eccellenze, come ogni anno, sfilano nella vetrina ideale di Agriumbria.

Ma la 49esima edizione della kermesse, che si terrà dal 31 marzo al 2 aprile a Bastia Umbra (Pg), sarà inevitabilmente segnata dalle calamità che hanno colpito gran parte delle zone appenniniche negli ultimi nove mesi: le ripetute scosse di terremoto e il maltempo dell’inverno con le abbondanti nevicate hanno messo a dura prova il settore agricolo e zootecnico.

Secondo l’ultimo censimento Istat, sono 25mila le aziende agricole e le stalle nei 131 comuni terremotati di Lazio, Marche, Umbria e Abruzzo, con 292mila ettari di terreni agricoli coltivati soprattutto a seminativi e prati e pascoli da imprese per la quasi totalità a gestione familiare (96,5%). I bovini coinvolti sono 65mila, 40mila le pecore e circa 11mila i suini.

Coldiretti stima che l’effetto congiunto del sisma e del freddo abbia provocato danni diretti e indiretti per 2,3 miliardi di euro a strade e infrastrutture, case rurali, stalle, fienili, magazzini ma anche a stabilimenti di trasformazione, rivendite, macchine agricole, macchinari di lavorazione, ai quali vanno aggiunte le perdite per il crollo della produzione di latte e delle coltivazioni e per gli effetti negativi sul commercio per la fuga dei turisti e dei residenti. Diecimila sarebbero gli animali morti per i crolli delle stalle, la mancanza di cibo, le malattie e gli aborti di femmine gravide.

Sempre secondo quanto riferisce la Confederazione nazionale dei coltivatori diretti, a oggi, quasi nove animali “sfollati” su dieci (l’85%) non possono essere ospitati nelle stalle provvisorie promesse dalle istituzioni e gli allevatori non sanno ancora dove ricoverare vacche, suini e pecore sopravvissuti, costretti al freddo, con il rischio di ammalarsi e morire, o nelle strutture pericolanti mentre si è ridotta del 30% la produzione di latte per lo stress provocato dalle temperature rigide e dalla paura delle scosse.

I numeri fotografano in maniera nitida la situazione: 671 stalle e 722 fienili inagibili tra Marche, Abruzzo, Umbria e Lazio, per sostituire i quali, al momento in cui scriviamo, sono state installate 152 strutture, di cui solo 33 funzionanti (vedi tabella 1).

Terremoto e maltempo hanno provocato anche un generale dissesto del territorio con ettari di terreno agricolo fertile franato che non consente la normale coltivazione mentre l’interruzione della viabilità incide sul commercio delle produzioni salvate ma ostacola anche la preparazione dei terreni da parte degli agricoltori.

Solo in Abruzzo Coldiretti parla di 52 milioni di euro i danni indiretti subiti dalle aziende agricole e dalle stalle per l’effetto congiunto delle scosse, della neve e del gelo. I settori più colpiti sono sicuramente quello dell’allevamento di vacche da latte e della pastorizia, ma anche l’allevamento di suini destinati ai salumi tipici ha subito perdite pesantissime.

Le specialità agroalimentari si stanno perdendo

«L’allevamento – sottolinea la Coldiretti – ora rischia concretamente di scomparire insieme alle specialità locali e con loro la storia e il futuro di regioni che hanno nell’agroalimentare una forza trainante dell’economia». E proprio a causa del terremoto, solo nelle Marche si sono persi in un anno 3.200 posti di lavoro nel settore agricolo, con un calo del 24% degli occupati negli ultimi tre mesi del 2016. In questa regione il sisma ha colpito 15.300 aziende e stalle e 175mila ettari di terreni agricoli coltivati. Il calo delle vendite è stato pari al 90%.

La zootecnia del centro Italia è uno scrigno di specialità agroalimentari conservate da secoli: dal Pecorino Romano al Toscano, fino a quello di Farindola, dal caciocavallo abruzzese alla mortadella di Campotosto al caciofiore aquilano, dalla scamorza abruzzese, alla ventricina teramana fino ad arrivare al salame aquila. Ci sono poi il vitellone bianco dell’Appennino centrale con il suo consorzio di tutela e i bovini di razza Chianina, la filiera suinicola umbra e quella bufalina del basso Lazio. Perderle sarebbe un peccato mortale.

Come rialzarsi

Per la filiera bovina, ad esempio, al netto dei problemi dovuti a terremoto e maltempo, il rilancio è possibile perseguendo la strada dei marchi di qualità (ad esempio con brand regionali), con lo scopo di promuovere i prodotti verso nuovi circuiti (ristoranti, strutture ricettive, export). Ed è altrettanto importante promuovere l’aggregazione dell’offerta per spuntare una maggiore forza contrattuale nei mercati, in maniera da abbattere le carenze infrastrutturali che il comparto sconta.

Suini, quanti capi e quanti allevamenti

Se si dà un’occhiata ai dati dell’anagrafe zootecnica nazionale sul numero di allevamenti e di capi, per quanto riguarda i suidi si può vedere come tra marzo 2016 e febbraio 2017 le strutture e gli animali hanno registrato leggeri incrementi in Abruzzo (+18% capi, +2,5% allevamenti) e Umbria (+15% capi e +2,5% di allevamenti), mentre sono calati nelle Marche (-11,5% capi, -0,5% allevamenti), nel Lazio: – 6,54% capi a fronte di un +3,3% degli allevamenti, e in Toscana: -4,1% capi -5,3% allevamenti (vedi tabella 2). Una caratteristica di questo comparto nelle zone del centro Italia è che la stragrande maggioranza degli allevamenti è a conduzione familiare. I numeri lo confermano: come numero di allevamenti, le cinque regioni dell’Italia centrale valgono il 34,4% del totale nazionale, ma per numero di capi pesano solo per il 6,7% del totale.

Bovini, quanti capi e quanti allevamenti

Per quanto riguarda i bovini si registrano cali del numero di allevamenti in tutte le regioni compresi tra il 2,4% della Toscana e il 5,3% delle Marche. Per quanto riguarda il numero di animali le variazioni sono minime: si va dal +2,1% dell’Umbria al -2,7% dell’Abruzzo (vedi tabella 3). Nel confronto nazionale, l’allevamento di bovini dell’Italia centrale occupa l’8,9% del totale a livello di capi e rappresenta il 18,8% degli allevamenti. Anche in questo caso le cifre fotografano una realtà fatta di piccole stalle.

Ovicaprini, quanti capi e quanti allevamenti

Piuttosto stabile il settore ovicaprino, con variazioni positive o negative inferiori ai due punti percentuali in tutte le regioni per quanto riguarda il numero di allevamenti e la consistenza dei capi (vedi tabella 4). Anche in questo caso, l’Italia centrale ospita un quarto degli allevamenti italiani, ma solo un quinto dei capi.

Sensibile calo delle consegne di latte

Più sensibile, invece, il calo delle consegne di latte. Sempre nei 12 mesi compresi tra marzo 2016 e febbraio 2017, secondo le statistiche di Agea, l’Abruzzo ha prodotto 57.519 tonnellate di latte, -8,46% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, seguito dall’Umbria con -6,12%. Unica regione con segno più la Toscana che ha incrementato le consegne del 2,7% (vedi tabella 5).

 

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