MICOTOSSINE –

«Ma si teme l’arrivo, dal Nord Europa, dimaterie prime permangimi contaminate dall’ocratossina A»

Uova, la sicurezza alimentare c’è

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«Le specie aviarie sono in grado di eliminare rapidamente, cioè entro 3-4 giorni, le micotossine nel caso le abbiano assunte con mangimi contaminati. Non vi sono pertanto rischi per il consumatore relativi alla presenza di aflatossine nelle carni e nelle uova. Inoltre, a differenza dei ruminanti in cui l’aflatossina B1 viene eliminata nel latte sotto forma di M1, non vi sono evidenze sulla presenza di questo metabolita nelle uova. Altre aflatossine possono essere presenti nel tuorlo, ma a livelli trascurabili. Infatti è stato osservato sperimentalmente che concentrazioni molto elevate di aflatossina B1 nei mangimi si traducono in livelli trascurabili nelle uova».

Così Giovanni Tosi, della sezione di Forlì dell’Istituto zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia-Romagna, garantisce sulla sicurezza alimentare dei prodotti, carne e uova, provenienti dagli allevamenti avicoli italiani.

Garanzie che vengono anche dai controlli sulle materie prime per i mangimi, che «anche nella filiera avicola – quella professionale – partono dai mangimifici, continuano in allevamento e proseguono con l’attività di sorveglianza e campionamento di materie prime e mangimi svolta dagli organismi ufficiali, in primo luogo i servizi veterinari delle Asl».

Il ruolo degli istituti zooprofilattici, undici in Italia, consiste nel fornire supporto analitico e diagnostico agli organismi ufficiali e alle aziende. E quest’anno l’attività della sezione diagnostica di Forlì «si è indirizzata prevalentemente sull’analisi di materie prime e mangimi destinati agli allevamenti di galline ovaiole e di riproduttori. L’attività si sta intensificando in queste ultime settimane a causa del timore di un’impennata dei livelli di aflatossine. In effetti – continua Tosi – una certa tendenza al rialzo dei livelli di aflatossine si sta verificando senza tuttavia raggiungere, fino a oggi, livelli di allarme».

Ogni settimana, continua un altro tecnico della sezione di Forlì dello zooprofilattico, Paola Massi, «determiniamo il valore dell’aflatossina nei mangimi finiti destinati ai suini e agli avicoli e registriamo che questo resta sempre ben sotto i limiti di legge: i valori sono sempre lontanissimi dai limiti, in avicoltura non si può parlare di emergenza aflatossine». Altro aspetto rassicurante è che la materia prima più a rischio, il mais, «si utilizza poco nell’alimentazione di questi animali, è uno dei componenti della razione che può benissimo essere sostituito da altri cereali, come il frumento nazionale». In più, conclude Massi, «nell’avicoltura italiana sono attive quattro grosse imprese che al proprio interno conducono tutta la filiera, dalla produzione di alimenti all’allevamento alla macellazione, situazione che favorisce i controlli qualitativi e sanitari. Infine poi gli allevamenti che possono farlo utilizzano mais raccolto nel 2011, quando il problema aflatossine non c’è stato».

Nelle specie avicole però, puntualizza Tosi, «il pericolo maggiore è rappresentato dalle fusariotossine. E in effetti nel corso del 2012 sono stati osservati con una certa frequenza livelli preoccupanti di tossina T2 (nell’ordine di qualche decina di ppb), spesso associati a tenori elevati dell’altra micotossina Don, qualche centinaio di ppb. Il dato analitico più significativo è dato proprio dalla presenza contemporanea di più micotossine. Poco rilevanti appaiono i dati relativi allo zearalenone e all’ocratossina A. Ma nel caso di quest’ultima micotossina si guarda con un certo timore all’arrivo di materie prime da paesi nordeuropei in cui le condizioni climatiche avverse possono averne favorito lo sviluppo».


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