CORTE DEI CONTI –

La magistratura contabile lancia l’allarme: le somme versate a Bruxelles vanno ricondotte in bilancio.

Multe latte alla «resa dei conti»

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Controversie infinite,
pagamenti con il contagocce,
interferenze
politiche. Sono le multe latte.

La telenovela più lunga e devastante
che abbia interessato
l’agricoltura italiana. E che l’attraversa
da 30 anni, da quel
lontano 1984 quando l’Unione
europea decise di mettere un
freno al surplus di latte fissando
quote produttive per ciascun
paese. Che l’Italia ha puntualmente
sforato così come altrettanto
puntualmente non ha pagato
i conti chiesti da Bruxelles
a chi non rispetta le regole. La
storia è nota, così come pure i
numeri. Un conto da 4,4 miliardi.
Con un esborso a carico dello
Stato che ha dovuto riempire
i buchi degli allevatori. Perché
la Commissione Ue ha comunque
sottratto le somme dovute
dal budget dei contributi della
politica agricola comunitari.

L’Agea ha incassato quindi meno
soldi e ha dovuto far ricorso
alle anticipazioni della Tesoreria
statale per pagare i produttori
agricoli. Insomma alla fine il
conto degli allevatori si è spalmato
su tutti i contribuenti. Anche
questo meccanismo perverso
è noto. E dunque dove sta la
novità? La Corte dei conti, che
in realtà sulla vicenda delle
multe latte non ha mai abbassato
la guardia, con l’ultima relazione
relativa a «Gestione degli
interventi di recupero delle
somme pagate dallo Stato in
luogo degli allevatori per eccesso
di produzione» ha sparato
questa volta ad alzo zero. E
soprattutto ha acceso le luci su
un futuro inquietante. E cioè
che sia arrivato il momento di
trovare risorse per la riconduzione
delle somme in bilancio.
«Questo modo di procedere –
si legge nella relazione della
Corte dei conti – consente di
mantenere sommerso un debito
a carico del bilancio statale. Si
pone il problema, per tali partite,
del reperimento delle risorse
finanziarie per la loro riconduzione
in bilancio, in considerazione
della pericolosità finanziaria
delle ingenti anticipazioni
di tesoreria». E ancora, «È
evidente – sottolinea il documento
– che la mancata, rapida
riscossione del debito comporta
un rilevante incremento delle
possibilità che il recupero del
prelievo divenga sempre più a
rischio. Conseguentemente il
rallentamento o lo stallo delle
sue procedure, dovuti anche alle
proroghe legislative della rateizzazione,
conducono a una
probabile traslazione dell’onere
finanziario dagli allevatori inadempienti
alla generalità dei
contribuenti».

D’altra parte i numeri sono
da brivido: in totale 4,4 miliardi
di multe non pagate. Per il periodo
precedente la campagna
1995-96 tutto l’onere calcolato
in 1.693 milioni di euro è stato
scaricato sull’erario. Dopo quella
data, secondo l’elaborazione
della Corte dei conti, a fronte di
un debito di oltre 2.537 milioni
di euro la quota «teoricamente
recuperabile dai debitori risulta
di 2.263 milioni». Oltre 300 milioni
risultano irrecuperabili e
175 inesigibili. A peggiorare ancora
di più le cose sono intervenute
due rateizzazioni, che l’Italia
ha portato al tavolo Ecofin,
che non hanno raggiunto risultati
economicamente significativi,
anche per effetto delle continue
proroghe. «A oggi – spiega
il rapporto – gli importi del prelievo
supplementare latte rateizzati
e riscosso ammontano a
179 milioni in applicazione della
prima legge di rateizzazione
(119/2003) e a quattro milioni
per la successiva legge
(33/2009)». Solo questi importi
dunque risultano versati nel bilancio
dello Stato a cui vanno
aggiunti altri 246 milioni pagati
senza rate. Il tutto non supera i
430 milioni.

La Corte attacca anche la decisione
(legge 33/2009) di esautorare
dall’attività di riscossione
Equitalia che ha portato a
una sospensione generalizzata
delle procedure di riscossione.

Ma la Magistratura contabile
questa volta attacca direttamente
la gestione politica. «Assenza
di volontà politica, carenza
dei controlli hanno condotto,
in un intreccio di responsabilità
a vari livelli, a un livello di
criticità notevole». La legislazione
italiana sulle quote latte,
prosegue «oltre a essere incompatibile
con la normativa Ue, è
risultata complessa, frammentaria
e contraddittoria». Si parla
anche di una volontà politica
«incline più a rinviare che ad
assumere decisioni definitive».

Quasi un disegno di complicare
le norme per trovare spazi di
elusione. Come in realtà è avvenuto
con le due rateizzazioni
sulle quali l’Italia sembrava
puntare molto. Dal momento
che aveva portato il difficile negoziato
al tavolo dei ministri
delle Finanze della Ue. Ma anche
i risultati spuntati faticosamente
non hanno portato ad alcun
reale vantaggio. E l’accollo
da parte dello Stato dell’onere
del prelievo – avvertono i magistrati
– si configura come violazione
non solo della regolamentazione
dell’Unione europea,
ma altresì degli obiettivi della
sua politica economica, indirizzati
all’efficiente organizzazione
del mercato lattiero-caseario
al suo assetto strutturale in linea
con la necessità di contenere
le produzioni e alla tutela
della libera concorrenza tra i
produttori del settore». E allora
dalla Corte arriva anche la terapia.
E cioè accelerazione delle
procedure di recupero obbligatorio
dell’importo del prelievo
supplementare con «decise
azioni di recupero presso i produttori
eccedentari».

Una linea che sembra aver
imboccato anche il Governo
Monti che intanto ha girato le
pratiche a Equitalia per riattivare
così le riscossioni.


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