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Bilancio economico reale di un allevamento linea vacca vitello confinato

Ristalli italiani di qualità

Ristalli_italiani

Momenti impossibili e imprevedibili per il settore dell’allevamento dei bovini da carne. Al crescere della globalizzazione, in abbinamento alla precarietà economica del nostro paese, sono esponenzialmente aumentati i fattori influenzanti gli scambi commerciali, con conseguenti improvvise variazioni degli equilibri del mercato, aspetto certamente penalizzante per un settore il cui ciclo di produzione richiede svariati mesi e per il quale risulta pertanto impossibile rispondere con altrettanta tempestività.

 

Paradossale risulta comunque il fatto che le variazioni siano sempre al ribasso più che al rialzo, in un panorama mondiale che vede una richiesta di carne bovina in aumento dettata da una costante crescita demografica nei paesi in via di sviluppo abbinata ad un miglioramento delle condizioni economiche. Il consumo di proteine di origine animale è infatti strettamente correlato al benessere sociale (Figura 1) e pertanto anche le previsioni dei fabbisogni di carne bovina nel prossimo futuro.

 

Certamente, per noi europei, indiscutibilmente “floridi benestanti”, tale sillogismo apodittico (benessere economico = maggior consumo di carne), è ormai dimenticato, anzi spesso risulta kitsch.

 

A riguardo, si spera comunque che oltre a non doverlo riconsiderare presto anche in Italia, tale sillogismo venga comunque rispettato per correttezza nei confronti di quei paesi in cui il cibo riveste ancora la sua primigenia e reale importanza nutrizionale oltre ad una fortissima valenza sensoriale e psicosociologica. In Brasile un’indagine mirata a indagare i desideri più ambiti connessi al miglioramento socio economico delle fasce meno abbienti, ha evidenziato in primis un maggior consumo di carne bovina, seguito dall’acquisto di una motocicletta.

 

La crescita e il consumo dei Paesi in via di sviluppo si sono mossi e si muoveranno di pari passo, con riflessi pertanto decisivi sul mercato agroalimentare del resto del mondo. Nel caso specifico della filiera carne bovina in Italia, tale situazione ha già portato a turbative di mercato di considerevole rilevanza tra cui certamente l’aumento del prezzo dei ristalli per la presenza di nuovi competitors e, conseguentemente, un aumento rilevante del costo di produzione.

 

L’Italia è infatti, come noto, vergognosamente dipendente da altri paesi europei, in primis Francia, per l’approvvigionamento di giovani bovini da ingrassare e le limitate realtà linea vacca-vitello presenti nel nostro paese sono inoltre caratterizzate da un management spesso migliorabile in termini di efficienza produttiva.

L’allevamento linea vacca vitello
la situazione italiana

 

Negli anni il patrimonio di vacche nutrici in Italia ha subito una continua contrazione, arrivando nel 2012 a meno di 400mila vacche nutrici. Per tale motivo la produzione del vitellone in Italia dipende drammaticamente da paesi esteri per l’approvvigionamento di vitelli da ristallo.

 

Come detto, il principale esportatore verso il nostro paese di tali animali è la Francia, con oltre il 70% dei ristalli forniti, la quale, però, negli ultimi anni sta anche soddisfacendo le crescenti richieste di Turchia, Libano e paesi del Maghreb, condizione che inevitabilmente contribuisce a far lievitare violentemente i prezzi sia del giovane ristallo che del bovino pronto da macello, per la consueta logica dell’equilibrio domanda/offerta.

 

Tale quadro si scontra in Italia con una realtà dove, a fronte di un costo di produzione del vitellone elevatissimo per i rilevanti prezzi sia del ristallo che alimentari, si affianca una riduzione dei consumi, insomma una sorta di drammatica stagflazione della zootecnia da carne. Il probabile scenario futuro vedrà da un lato una diminuzione dei capi allevati e degli allevamenti, una contrazione dei consumi di carne fino ai valori medi dell’Unione europea, pari a circa 14 kg pro-capite, e una sempre maggiore difficoltà di reperimento di giovani vitelli da destinare all’ingrasso a prezzi sostenibili.

 

E’ infatti irrazionale pensare che in futuro si possano riverificare le condizioni favorevoli per l’acquisto dei giovani ristalli che invece e costantemente hanno caratterizzavano il passato, con andamenti persino a carattere stagionale. Oggi il mercato è diverso, il termine “globalizzazione” che in passato poco diceva e poco significava, sta invece evidenziando tutta la sua concretezza e importanza. L’inevitabile crescita dei consumi di carne bovina a livello mondiale porterà ad un altrettanto inevitabile tensione del prezzo di quello che indiscutibilmente è il tassello limitante della filiera della produzione di carne e cioè il giovane bovino da ristallo e in questi termini l’Italia deve veramente preoccuparsi.

 

Pur coscienti che un programma di sviluppo dell’allevamento linea vacca vitello in Italia richieda cambiamenti e adeguamenti importanti, si ritiene che l’unico vero, importante e difficile cambiamento sia quello di mentalità. Chi ingrassa vitelloni da ristallo può benissimo allevare vacche nutrici e i relativi vitelli, la fase di adattamento del bovino d’importazione non ha infatti nulla da invidiare in termini di incidenza, gravità e difficolta delle problematiche alla fase del periparto, basta sviluppare le specifiche competenze.

 

Inoltre, i numeri dimostrano che l’allevamento linea vacca vitello non necessariamente richiede pascolo ma anzi si possono conseguire risultati estremamente gratificanti anche in zone dove il costo della terra è tra i più alti in Italia, basta eccellere in gestione e alimentazione, fattori del processo produttivo dove i nostri allevatori ancora operativi sono considerati “maestri” a livello europeo ed extraeuropeo.

 

Una semplice considerazione dovrebbe inoltre spazzare via ogni dubbio o indecisione: in termini di spazio e manodopera a 10 vitelloni corrispondono circa 3 vacche nutrici e attualmente a 10 vitelloni corrisponde un bilancio in perdita di 800 – 1.500 , mentre 3 vacche nutrici possono produrre un utile che va da 500 a 800 , senza considerare i premi Pac già in essere e quelli che sicuramente in futuro stimoleranno e sosterranno tale comparto produttivo.

 

Lecita, pertanto, è la domanda e altrettanto scontata la risposta per coloro che vogliono continuare a lavorare nel comparto del bovino da carne: meglio perdere o guadagnare?

Impegno e dignità

 

Certo è che con chiunque si parli la convinzione comune è che l’allevamento linea vacca vitello non produca reddito, anzi, che i bilanci siano stentati e certamente negativi in quelle zone dove non è disponibile il pascolo, in quanto è opinione comune che il pascolo sia “sostentamento alimentare” senza costi. Già questa credenza è da sfatare e a riguardo i francesi, così come anche i sudamericani, insegnano che i pascoli in grado di sostenere e massimizzare la crescita di vitelli di elevata qualità genetica, apportando inoltre alla nutrice i nutrienti in grado di ottimizzare le performance riproduttive, sono pascoli che richiedono investimenti e pratiche culturali con costi non indifferenti, soprattutto se si vogliono conseguire performance eccellenti.

 

È inoltre da sfatare una volta per tutte l’opinione diffusa che la linea vacca vitello non produca reddito, con o senza pascolo, ovviamente se si considerano quelle realtà dove l’imprenditore è un vero imprenditore e certamente non un allevatore improvvisato o pressapochista, caso in cui, indipendentemente dal settore, i bilanci saranno sempre negativi. Ci sono, purtroppo, a riguardo tanti esempi negativi eclatanti anche in Italia, ed è probabilmente su questi a cui viene fatto riferimento quando si parla di bilanci catastrofici.

 

Non è certamente a quelle realtà dove vacche e vitelli vengono lasciati, senza integrazione, su pascoli “bruciati” per mesi, con vitelli che non crescono e vacche che non si ingravidano e perdono peso, a cui certamente bisogna fare riferimento, e neppure a quegli allevamenti che, pur essendo confinati, non si differenziano dai precedenti per la pessima gestione, con nutrici che corrono affamate alla sola vista della paglia e che ricordano tanto l’India e vitelli che non avrebbero valore neppure se venduti al mercatino dell’antiquariato come orsacchiotti spelacchiati vintage. Anche in questo settore, esattamente come in ogni altro lavoro, sono necessari impegno e professionalità se si vuole fare reddito in un contesto economico difficile come quello attuale e futuro.

 

Son finiti gli anni ‘80 e gli italiani devono probabilmente rivedere il concetto di impegno nel lavoro, prendere coscienza che oggi non è più “facile per tutti” come in passato e che, pertanto, ci sono uomini imprenditori, che normalmente si sacrificano (e devono!) più degli altri, e uomini che affiancano gli imprenditori con estremo impegno e dignità.

 

Possibile che impegno e dignità siano oramai presenti solo negli uomini che arrivano da altri paesi? Dove sono i collaboratori nostrani che hanno fatto grandi i grandi imprenditori agricoli italiani e la zootecnia?

Un bilancio economico reale di un allevamento
linea vacca vitello confinato

 

I numeri, abbiamo sempre detto, son quelli che parlano! Ecco quindi a nudo il bilancio economico di una realtà linea vacca vitello, ubicata in una delle zone dove il costo del terreno agricolo è tra i più alti d’Italia, gestita con sistema confinato e pertanto senza la benché minima presenza di pascolo.

 

L’analisi economica riguarda l’anno 2012 e contempla un bilancio ben distinto tra parte zootecnica e agronomica dell’allevamento al fine di una ripartizione dettagliata delle spese inerenti beni e strumenti in comunione tra i due comparti. La produzione agricola è prevalentemente indirizzata alla vendita nonché per l’alimentazione di due biogas da 1 MWatt, pertanto le dimensioni notevoli della realtà in oggetto non risultano determinanti per il sostentamento della mandria. Il bestiame viene infatti alimentato con prodotti acquistati, fatta eccezione per l’insilato di triticale, la paglia e una piccola quota di mais farina utilizzata per le manze.

 

Oltre ai prodotti citati, l’alimentazione prevede l’utilizzo del sottoprodotto insilato della produzione del mais dolce per l’alimentazione umana, soia f.e., colza f.e., integratore minerale vitaminico e un mangime starter acquistato dal commercio con formula aperta. Il personale operativo quotidianamente è costituito dal titolare dell’allevamento, 2 dipendenti full-time e un veterinario aziendale. Un veterinario libero professionista coadiuva inoltre il veterinario aziendale per la ginecologia e la chirurgia.

 

Nel corso del 2012 hanno prodotto un vitello il 94,3% degli animali potenzialmente partorienti, di cui l’84% erano vacche pluripare e il 16% erano primipare. La maggior parte delle gravidanze sono state da monta naturale e il 20% da fecondazione artificiale. L’incidenza di aborti è risultata pari allo 0,7% del totale dei soggetti gravidi. Il 91% dei parti si è svolto senza nessun tipo di assistenza, mentre l’8% ha richiesto l’intervento del veterinario aziendale. Il veterinario libero professionista è stato chiamato in appoggio a quest’ultimo solo per lo 0.8% dei parti, dove è stato necessario il cesareo. Relativamente ai vitelli, considerando l’intero periodo di allevamento dalla nascita alla vendita, avvenuta a un peso medio di 346 kg e un’età media di 235 giorni, la mortalità è risultata pari all’11%, così suddivisa: 7% per natimortalità, 0,8% per diarrea neonatale, 2% per patologie respiratorie e l’1,2% per cause accidentali.

 

L’alimentazione, che come noto rappresenta la principale voce di costo nell’allevamento zootecnico, si differenzia in relazione alla categoria dell’animale e alla fase del ciclo produttivo (tabella 1). Nello specifico, il piano alimentare prevede le seguenti diete:

 

l Dieta per vacche con vitello: somministrata dal parto fino ai 6 mesi post parto; costo medio giornaliero 1,27 .

 

l Dieta per vacche con vitello prossimo allo svezzamento o senza vitello e manze oltre i 14 mesi: somministrata dai 6 mesi post parto fino al parto successivo; costo medio giornaliero 0,80 .

 

l Mangime starter del commercio per vitelli: disponibile ad libitum ai giovani soggetti nei primi 3 mesi di vita; costo medio giornaliero 0,63.

 

l Dieta da svezzamento: somministrata anch’essa a volontà dal 4° al 7° mese di vita; costo medio giornaliero di 0,85.

 

l Dieta per manze: somministrata dallo svezzamento fino ai 14 mesi; costo medio giornaliero di 1,95.

Cosa emerge da questi dati

 

L’analisi dettagliata delle diverse voci di costo riportate in tabella 2, e rapportate alla produzione di un vitello da ristallo perfettamente coerente con le richieste degli esigenti ingrassatori italiani in termini di qualità genetica e fenotipica, evidenzia una ripartizione percentuale molto simile a quella dell’ingrasso del vitellone d’importazione. Il conteggio contempla ovviamente la mortalità, nonché l’ammortamento del costo di mantenimento della nutrice sul vitello. Il costo di allevamento della manza da rimonta equivale invece al ricavo della vendita della vacca a fine carriera.

 

Emerge da tali dati come il costo totale per la produzione di un vitello Limousine di 235 giorni di età e con un peso medio di 346 kg sia pari a 858,50 equivalenti a 2,45 /kg di peso vivo. E’ interessante sottolineare, ma sottolineare “grosso”, che il prezzo medio percepito per un vitello di tali caratteristiche nel corso del 2012 è risultato pari a 3,28/kg di peso vivo, a cui vanno poi ovviamente aggiunti i premi contemplati dall’articolo 68.

 

Oltre all’eclatante vantaggio economico relativo alla produzione di vitelli da ristallo autoctoni, si ricorda che vitelli nati e allevati professionalmente nelle nostre realtà zootecniche fanno praticamente dimenticare all’ingrassatore che li acquista le problematiche sanitarie tipiche del bovino da ristallo sottoposto a lunghi trasporti e importanti rimescolamenti. Inoltre, nota da rimarcare, soddisfano le attuali e future normative sul benessere animale che con sempre maggiore attenzione contempleranno aspetti come il trasporto e l’incidenza delle problematiche sanitarie, portando, come già sta succedendo, la grande distribuzione organizzata a fare filiera nei paesi dove il vitello nasce.

Un bene richiesto dal mercato

 

In conclusione si ritiene che la rivalutazione dell’allevamento linea vacca vitello rappresenti una grande opportunità economica per i nostri allevatori, in quanto porta alla produzione di un bene, il vitello da ristallo, che è e sarà indiscutibilmente richiesto dai mercati sia storici che emergenti.

 

La disponibilità di ristalli rappresenta infatti il punto critico del processo produttivo del bovino da carne e tale aspetto è emerso chiaramente in una recente riunione tenutasi a New York tra esperti del comparto carne bovina provenienti da Brasile, Argentina, Canada, Australia, Nuova Zelanda, Europa e, ovviamente, Stati Uniti, in cui oltre all’importante argomento “carne e consumatore” grandissima rilevanza è stata data allo squilibrio tra numero di vacche nutrici e fabbisogni emergenti della popolazione mondiale.

Ma l’investimento iniziale
non è leggero

 

Fermo restando che una volta a regime l’allevamento di nutrici, il ciclo produttivo di un vitellone e quello di un vitello dalla nascita alla vendita come ristallo sono simili (circa 7-8 mesi per entrambi), va comunque evidenziato che l’avvio dell’attività linea vacca vitello richiede un investimento iniziale non indifferente e purtroppo tale da dissuadere, nel contesto economico e zootecnico attuale, anche gli animi più motivati. La manza gravida di 4-6 mesi di buona genetica costa infatti 1.800-2.400 euro, cifra a cui si devono sommare il costo per il mantenimento fino al parto nonché quello del relativo vitello fino alla vendita.

 

E’ proprio qui che necessiterebbe un intervento di sostegno economico mirato se il comparto della zootecnia da carne stesse realmente a cuore all’Italia, come dopotutto già avviene in alcune regioni del nostro paese dove oltre all’importanza economica del settore c’è la coscienza del ruolo fondamentale che lo stesso assume nella tutela del territorio e nell’evitare il degrado delle zone della bassa montagna e dell’alta collina.

 

Ci rimane purtroppo solo poco tempo, salviamola dunque questa zootecnia italiana da carne.

Allegati

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