ALIMENTAZIONE –

Nell’alimentazione delle vacche da latte ridurre i livelli di amido, sostituendone una quota con sottoprodotti fibrosi o con una maggiore quantità di foraggi, sembra una strada percorribile

Razionamento delle bovine: Scelta e bilanciamento delle fonti di carboidrati

carboidrati

I carboidrati, che rappresentano oltre il 70% dei principi alimentari della dieta delle bovine da latte, possono essere suddivisi in fibrosi (misurati come fibra neutro detersa – NDF) e non fibrosi (NFC). E’ essenziale fornire fibra fisicamente efficace (peNDF) per garantire adeguati ritmi di masticazione e il buon funzionamento del rumine senza tuttavia eccedere, per non limitare la capacità di ingestione. I foraggi sono la fonte privilegiata di glucidi fibrosi e fibra efficace ma spesso non sono disponibili in quantità sufficienti per l’azienda o le loro caratteristiche sono inadeguate per sostenere elevati ritmi produttivi; in questi casi i foraggi possono essere almeno in parte efficacemente sostituiti da sottoprodotti ricchi di fibra.

Secondo Nrc (2001) è possibile ridurre significativamente la quota di NDF proveniente dai foraggi se si utilizzano sottoprodotti fibrosi, mentre è necessario aumentarli quando l’impiego di NFC supera il 38-40% della sostanza secca (tabella 1).

Con l’aumento dei prezzi dei mangimi ricchi di amido e di proteine registratosi negli ultimi mesi, l’interesse all’uso dei sottoprodotti è tornato prepotentemente alla ribalta per cercare di contenere i costi di produzione.

Il successo del loro uso a livello aziendale dipende, oltre che dai costi, dalla costanza di disponibilità, dalla adeguata possibilità di stoccaggio e dalla velocità con cui sono consumati.

Quando si sceglie un sottoprodotto infatti bisogna perseguire come obiettivo principale quello di evitare alterazioni del loro stato di conservazione; queste alterazioni si presentano molto più evidenti nei mesi estivi quando le elevate temperature possono indurre rapide modificazioni soprattutto a carico delle frazioni lipidiche (irrancidimento), soprattutto se i tenori di umidità relativa sono elevati e i siti di stoccaggio aziendale non sono idonei.

Ottimizzare considerando le frazioni dei carboidrati

Molti nutrizionisti, nella scelta degli alimenti da utilizzare, focalizzano la loro attenzione sulle quote di amido e di NDF, quali sintetici indicatori del loro livello di energia. Questo approccio tuttavia può essere limitante, poiché altre caratteristiche nutrizionali sono altrettanto importanti: fondamentale, ad esempio, considerare la fermentescibilità e la digeribilità dei glucidi e dei diversi composti non azotati, quali ad esempio i lipidi.

Zuccheri, fibre solubili e acidi organici sono tutte fonti potenziali di energia che il nutrizionista dovrebbe attentamente considerare per ottimizzare la formulazione delle diete. Ciascuna di queste componenti inoltre svolge ruoli interessanti e specifici nella modulazione delle fermentazioni ruminali e intestinali, e non si può escludere una loro influenza anche a livello metabolico.

Oltre a considerare il livello totale di NFC, che non dovrebbe comunque superare il 42-44% della sostanza secca della razione, è utile stimare le quote fermentescibili in rumine e la digeribilità intestinale delle frazioni escape.

Mentre l’amido che lascia il rumine non fermentato può venir digerito efficacemente dalle amilasi pancreatiche, le fibre solubili possono interagire negativamente con la digeribilità dei principi alimentari nel duodeno e alterare le fermentazioni nel grosso intestino; nei casi più gravi si possono osservare fenomeni di irritazione della mucosa intestinale con diarree e presenza di sangue nelle feci.

Scelte da valutare con l’indice Iofc

Le linee guida per il razionamento delle bovine da latte suggerite da Rick Grant e collaboratori in un lavoro del 2011 (Grant è del Miner Institute, New York) raccomandano una concentrazione di carboidrati fermentescibili compresa fra il 40 e il 44% della sostanza secca razione (tabella n. 1). L’amido è il principale carboidrato fermentescibile, presente particolarmente nei cereali, di cui il mais è il più utilizzato, seguito da orzo, sorgo, frumento e avena.

Queste fonti di amido presentano ampie differenze di fermentescibilità e digeribilità intestinale, dovute al patrimonio genetico, ai trattamenti chimico-fisici cui possono venir sottoposte (macinazione, fioccatura, estrusione, …) e alle condizioni climatiche e agronomiche durante il loro sviluppo. All’interno del rumine la fermentescibilità dell’amido dipende anche dalla velocità di transito e dal bilanciamento con le fonti azotate.

È possibile sostituire una quota di amido proveniente dai cereali con della fibra altamente digeribile, proveniente da foraggi o da sottoprodotti, ma è necessario mantenere costanti livelli di fermentescibilità totale dei carboidrati nel rumine.

Come alternative alle fonti di amido sarà quindi necessario scegliere alimenti fibrosi di elevata qualità, in particolare per i foraggi, e paragonare gli effetti ottenuti calcolando le differenze fra i costi delle razioni da un lato e, d’altro canto, le differenze di produzione di latte (quantità e qualità). Il risultato esprime le entrate al netto dei costi alimentari (espresso con l’acronimo inglese Iofc, income over feed cost, oramai entrato nel lessico zootecnico) e deve sempre guidare le scelte di ogni allevatore, per ridurre i costi alimentari e ottenere un maggior profitto.

In ogni cambio di razione l’obiettivo è quello di non perdere redditività, ma vi sono degli aspetti altrettanto importanti nel medio-lungo periodo che non possono essere trascurati, come lo stato di forma delle vacche fresche e il mantenimento dei valori di qualità del latte. Spesso infatti nelle vacche fresche la produzione di latte si può mantenere discretamente alta anche con diete a più bassa energia, ma poiché l’animale sta utilizzando molte delle sue riserve corporee, potrebbe andare incontro ad elevati rischi metabolici e successivamente a problemi riproduttivi.

Alimenti disponibili

Alimentare una bovina ad alta produzione è difficile, perché coprire i suoi fabbisogni energetici e proteici non lascia ampie possibilità di scelta. È necessario raggiungere elevati livelli di carboidrati fermentescibili nel rumine, mantenendo al contempo una fibra fisicamente efficace nel mantenere la ruminazione e i titoli di grasso (valori superiori al 23% della sostanza secca della razione secondo Nrc, 2001).

Il mais è il principale alimento energetico, ma oltre un certo livello di costo deve essere messo a confronto con possibili alternative. Ricerche mostrano che quando si utilizzano foraggi ad elevata digeribilità si possono utilizzare livelli inferiori di concentrati, ottenendo comunque alte produzioni, senza che la razione superi tenori del 20 -22% di amido.

Molti sottoprodotti fibrosi (detti Nffs, fonti di fibra non da foraggi”) come le buccette di soia, le polpe di barbabietola, i cruscami, il cotone e i distiller di mais, sono caratterizzati da un basso valore di amido, un’elevata digeribilità della fibra e un contenuto variabile di fibra solubile e zuccheri.

Una parte dell’amido del mais può venir sostituita anche con fonti di zuccheri, ed i melassi e gli altri prodotti liquidi rappresentano una valida alternativa. Spesso possono rendersi disponibili localmente alcuni sottoprodotti di notevole interesse come il pastazzo di agrumi e le trebbie umide di birra.

Razioni a confronto

Recenti ricerche hanno dimostrato che il contenuto in NFC e amido della dieta può essere ridotto notevolmente utilizzando elevate quantità di alimenti ricchi di carboidrati non fibrosi.

Uno studio condotto sostituendo il mais con la buccetta di soia, in quantità crescente da 0 fino al 40%, in vacche a metà lattazione, ha utilizzato razioni che contenevano dal 35,9 a solo il 15,6% di NFC (amido e zuccheri) e con un contenuto di NDF dal 26,6 al 45,4% rispettivamente. Gli autori non hanno riscontrato differenze nella produzione di latte corretta per il contenuto in grasso e nell’ingestione di sostanza secca.

Lo studio ha messo in evidenza che una razione al 30% di buccette, con un amido al 19%, può soddisfare le esigenze produttive di bovine a metà lattazione (Ipharraguerre et. al, 2002).

Un’altra ricerca ha confrontato la sostituzione di pastone di mais con polpe di barbabietola in livelli dallo 0 al 24%, diminuendo rispettivamente il valore di amido dal 34,6 al 18,4%. La diminuzione dell’amido ha ridotto linearmente l’ingestione di sostanza secca e la quantità di massa microbica, ma ha innalzato l’efficienza alimentare senza perciò influire sulla produzione (36 litri media/capo) e sulla qualità del latte (Voelker e Allen, 2003). Questo studio ha evidenziato come l’impiego delle polpe aumenti il tasso di passaggio dell’amido, migliorando la digeribilità della fibra nel rumine e la digeribilità totale della sostanza organica e della fibra.

Dann e collaboratori (2008) hanno confrontato diete contenenti livelli di amido di 18, 21 e 25%; l’amido da mais veniva parzialmente sostituito con l’uso di polpe, farinaccio e distiller. Si è registrato da parte delle bovine un’ elevata produzione per tutte le diete (media 43,5 Kg/giorno) senza effetti negativi sulla qualità e sull’efficienza alimentare, registrando una maggior fermentescibilità dei carboidrati nel rumine, anche a carico dell’amido.

Studi condotti presso l’università del Wisconsin hanno valutato, con sperimentazioni di lunga durata, l’effetto di diete a minor contenuto d’amido sull’efficienza alimentare e sulla condizione corporea. Il mais è stato parzialmente sostituito con sottoprodotti fibrosi o con quote maggiori di insilato di mais, ottenendo diete con un titolo di amido inferiore dal 5 al 10%. Si è registrata una maggiore ingestione da parte degli animali per le diete che impiegavano dei sottoprodotti, interpretata come conseguenza del più rapido transito di questi concentrati fibrosi oltre il rumine. La produzione di latte era simile a quella ad alto amido per le diete con buccette di soia, ed inferiore nelle diete in cui veniva impiegato cotone e farinaccio o maggiori quote di insilato di mais.

Nel cercare alternative per ridurre i costi della razione dobbiamo ricordare che generalmente le diete a minor tenore di amido peggiorano l’efficienza alimentare (l’animale mangia di più a parità di latte prodotto), vanificando il risparmio apparentemente ottenuto.

Qualità del foraggio

Nella scelta degli alimenti da impiegare vi è la priorità di utilizzare i prodotti aziendali, tra cui i foraggi sono le fonti più comuni. A seconda della qualità dei foraggi a disposizione si potranno decidere quali altri alimenti impiegare per bilanciare la razione.

Importante è considerare la forma fisica della razione: le particelle di foraggio macinate troppo finemente (<1,18 mm), così come i sottoprodotti ricchi di fibra, lasciano prima il rumine rispetto ai concentrati, non stimolando l’attività di ruminazione. Alcuni ricercatori hanno evidenziato come l’utilizzo di foraggi con una buona struttura fisica permetta la formazione di un buon materasso ruminale, in grado di rallentare il transito dei sottoprodotti ricchi in fibra migliorandone la digeribilità.

I programmi di razionamento dinamico risultano fondamentali per poter prevedere questi effetti, massimizzando la digeribilità dei nutrienti e la produttività.

La produzione di foraggi di qualità è il mezzo più efficace per migliorare le performance produttive delle bovine contenendo i costi. Ai foraggi, e più in particolare ai fieni, oltre all’effetto fisico è importante il contenuto di fibra degradabile, necessaria al nutrimento delle popolazioni microbiche cellulosolitiche. I foraggi dotati di una fibra di buona qualità, sono inoltre in grado di apportare un’elevata quota dell’energia necessaria all’animale.

Tramite i sistemi in vitro che analizzano la degradabilità della fibra è possibile stimarne la velocità di degradazione (Kd) e la quota potenzialmente disponibile per i batteri cellulosolitici. Tali metodiche, applicate da diversi anni, permettono di fatto di simulare, in condizioni controllate di laboratorio, i processi fermentativi che subiscono gli alimenti una volta assunti dall’animale. Queste stime, insieme ai dati standard di analisi degli alimenti, ci consentono non solo di determinare le diverse frazioni che li compongono, ma anche quanta energia è resa disponibile al sistema ruminale e quanto velocemente.

Migliorare il più possibile la qualità dei foraggi

In conclusione, ridurre i livelli di amido, sostituendone una quota con sottoprodotti fibrosi o con una maggiore quantità di foraggi, sembra una strada percorribile durante tutte le fasi della lattazione.

Diventa fondamentale ottimizzare l’utilizzo dei carboidrati, migliorando il più possibile la qualità dei foraggi aziendali e ottenendo così elevate performance produttive contenendo i costi della razione.

di Mattia Fustini, Alberto Palmonari e Andrea Formigoni

Gli autori sono del Dipartimento di Scienze Mediche Veterinarie – Università di Bologna.

Allegati

Scarica il file: Razionamento delle bovine: Scelta e bilanciamento delle fonti di carboidrati

Pubblica un commento