ZOOTECNIA MERIDIONALE –

La profonda trasformazione vissuta dalla zootecnia regionale negli ultimi anni, dice il presidente Anarb Piero Laterza, si incentra sul benessere animale. Meno numerose le aziende

Puglia. Verso allevamenti più moderni

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È intorno al miglioramento del benessere animale che ruota la profonda trasformazione vissuta dalla zootecnia pugliese negli ultimi anni. Questa è la tendenza che con maggiore evidenza emerge in tutti gli allevamenti, dai bovini agli avicunicoli: l’adeguamento delle strutture per garantire il maggior benessere possibile agli animali. È quanto sostiene, osservando i cambiamenti intervenuti nella zootecnia in Puglia, Piero Laterza, titolare dell’azienda agricola zootecnica San Pietro s.s. di Noci (Ba) con 60 vacche di Bruna in lattazione e presidente dell’Apa di Bari e dell’Associazione nazionale allevatori di razza Bruna (Anarb).

«Tutti gli investimenti, relativi sia all’innovazione tecnologica sia alla più efficace gestione dell’allevamento, sono stati riservati al benessere animale, in termini ad esempio di passaggio alla stabulazione libera, di aumento dei metri quadrati per il ricovero degli animali e dello spazio per la mangiatoia e l’abbeveratoio, di ventilazione e così via. È chiaro a tutti gli allevatori che la tutela del benessere degli animali, allevati in un ambiente sano e conforme alle loro naturali abitudini, garantisce maggiore longevità e permette di ottenere una qualità dei prodotti (latte e carne) nettamente migliore».

Numero stalle -30% in 10 anni

Tutte le aziende zootecniche sono state visitate dai serviti veterinari delle Asl per verificare se disponessero dei requisiti rispondenti alla normativa europea (Direttiva 1998/58 sull’allevamento animale) e nazionale (Dlgs 146/2001 sulla “protezione degli animali negli allevamenti”) sul benessere animale. «E parecchie sono state costrette ad adeguare parte delle strutture, se non tutte, per essere conformi a essa. Gli allevatori hanno seguito un apposito corso per conseguire l’abilitazione a gestire la stalla, tenuto da docenti nominati dalle Asl e da tecnici delle Apa abilitati da corsi seguiti a livello nazionale».

In dieci anni il numero degli allevamenti bovini pugliesi si è ridotto di circa il 30%, ma quelle rimaste si sono ingrandite, hanno incrementato il numero dei capi allevati e delle vacche in lattazione, tanto è vero, informa Laterza, che prima la Puglia produceva 2,8 milioni di q di latte e ora 3,5 milioni.

«Le ragioni della sostanziosa riduzione del numero di aziende sono molteplici. Alla storica tendenza a tale calo e all’aumento delle dimensioni di quelle rimaste si sono aggiunti ulteriori fattori. Molti allevatori sono andati in pensione e hanno chiuso le aziende per mancanza di un ricambio generazionale: le famiglie degli allevatori fanno meno figli di prima e parecchi ragazzi cercano lavoro in altri settori. Altri allevatori, soprattutto i più piccoli, hanno terminato l’attività perché impossibilitati ad ammodernare le strutture aziendali secondo quanto prescritto dalla legislazione sul benessere animale. La crisi economico-finanziaria generale ha poi aggravato problemi come l’aumento continuo dei costi di produzione, il basso prezzo del latte bovino, l’indebitamento con banche per investimenti programmati quando le condizioni finanziarie delle aziende erano più rosee e si aveva più fiducia nel futuro del settore, l’abissale ritardo nei pagamenti di alcuni caseifici, addirittura il fallimento di altri che hanno fatto perdere molti soldi agli allevatori».

Aumenta il numero di capi

Ecco perché molte aziende sono scomparse. Quelle rimaste hanno invece aumentato la superficie aziendale e il numero dei capi totali e delle vacche in lattazione. «Oggi le aziende bovine mungono in media 50 vacche, con un minimo di 20 e un massimo di 200-250, in moderni centri aziendali. Hanno ottimizzato la gestione dell’allevamento, passando dalle strutture fisse o semifisse per pochi capi a quelle a stabulazione libera. Hanno migliorato l’alimentazione con razioni complete e i carri unifeed, approntato sale di mungitura adeguate, introdotto i refrigeratori, ecc. Le aziende si sono ampliate perché bisognava avere certi numeri per essere competitive sul mercato. Oggi non bastano più neanche quei numeri: le aziende bovine producono in perdita, sopportano costi sempre più alti e impossibili, si stanno sempre più indebitando con il sistema finanziario e i fornitori. Se a breve scadenza non emergono novità, ad esempio in termini di aumento del prezzo del latte bovino alla stalla, il sistema zootecnico pugliese rischia il tracollo».

La filiera corta

Un numero crescente di aziende ha cercato e tenta una via d’uscita con la filiera corta, tuttavia non senza difficoltà, sottolinea Laterza. «A volte alcuni giovani, che hanno fatto domanda di primo insediamento, hanno abbinato all’allevamento la trasformazione e vendita di prodotti in filiera corta. Altre volte storici allevatori hanno provato a fare il salto di qualità. Si tratta di una tendenza in crescita, anche se coincide con un periodo di forte crisi dei consumi e in particolare dei prodotti di alta qualità che hanno un prezzo più alto di quelli comuni. La filiera corta richiede peraltro investimenti, ad esempio l’apertura di un punto vendita in centri urbani, dove l’utenza è più numerosa di quella che può accedere a uno spaccio aziendale, spesso distante anche parecchi chilometri da un paese o una città».

Inoltre le produzioni tipiche in filiera corta scontano l’aggressione del mercato lattiero-caseario da parte di prodotti che imitano la tipicità del territorio ma nulla hanno a che fare con essa, esercitando una temibile concorrenza sleale. «Solo pochi caseifici privati e qualche cooperativa come la Cap di Putignano mantengono una gestione tradizionale, trasformando latte di produzione locale e portando sul mercato prodotti di alta qualità; invece tante altre realtà commercializzano prodotti “made in Puglia” in etichetta, ma ottenuti trasformando latte e derivati del latte, provenienti dal Nord Italia e dall’estero: i 3,5 milioni di q di latte bovino prodotto in Puglia sono appena un terzo di quello, diretto o in derivati, trasformato in regione».

Più rara è la filiera corta nella trasformazione e vendita della carne, conclude Laterza. «L’80% del mercato della carne è controllato in Puglia da due grossi centri di ingrasso, i quali acquistano vitelli, vitelloni e vacche a fine carriera, li macellano e riforniscono catene alimentari, gdo, ristorazione con la carne ricavata. Il 20% è invece gestito da macellai locali che acquistano i vitelli ingrassati nelle aziende zootecniche che ancora conservano la cultura dell’ingrasso, li macellano presso macelli privati e vendono la carne nei propri punti vendita. Ma questo mercato tradizionale sta sempre più regredendo, perché anche i macellai cominciano a rifornirsi dai due grossi centri».

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