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I nuovi equilibri produttivi e di mercato, dalla fine delle quote al Pacchetto latte. È tempo di scelte coraggiose per essere competitivi

Presente e futuro del latte italiano

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La definizione che l’Ue ha dato della fase di avvicinamento all’abolizione delle quote latte, fissata irrevocabilmente per il 31 marzo 2015, è “arrettaggio morbido”. Ma più che a un atterraggio morbido la fase attuale della produzione lattiera somiglia ad una planata verso una pista molto accidentata.

Eppure l’abolizione delle quote non è stata una decisione improvvisa. Fu deliberata ormai 12 anni fa con Agenda 2000 (la scadenza era inizialmente prevista per il 2008). Ma, come è già accaduto a suo tempo con la normativa sanitaria e più recentemente con la direttiva nitrati, è stata a lungo sottovalutata col risultato che la filiera rischia di trovarsi impreparata di fronte alle nuove, ormai imminenti, sfide della liberalizzazione e al suo dirompente potenziale di cambiamenti.

La situazione

Nel nostro Paese le quote hanno da sempre avuto un’applicazione tormentata provocando una lunga e tuttora irrisolta lacerazione del comparto, per la concorrenza sleale esercitata da una sparuta minoranza di produttori che, seguendo le lusinghe di ben note sirene, ha eluso le normative ed ora sarà chiamata a rendere “rationem” delle sue inadempienze; ha altresì determinato un valore abnorme delle quote, che finora ha fatto parte integrante del patrimonio del produttore e che verrà irrimediabilmente perduto.

Se analizziamo i diversi segmenti della filiera non possiamo non rilevare:

le crescenti difficoltà dei produttori ad avere riconosciuto un prezzo equo, che consenta di coprire i costi,

la frammentazione delle imprese di trasformazione, incapaci a loro volta di esprimere un’adeguata capacità negoziale nella commercializzazione dei derivati lattieri,

un sistema distributivo incapace di relazionarsi con la filiera per definire comuni strategie di sviluppo.

Nel segmento della trasformazione diverse prestigiose imprese, ultima in ordine di tempo la Parmalat, sono state acquisite da grandi gruppi a capitale multinazionale e rispondono alle loro legittime strategie, basate sul profitto e la remunerazione del capitale, nella quale il latte rappresenta non più un elemento da valorizzare ma solo una componente dei costi.

Il Pacchetto latte

Il tema della protezione internazionale dei marchi agroalimentari era stato inserito tra le priorità dei negoziati Doha round sulla riforma del commercio mondiale, Wto, ma i negoziati proprio nelle convulse fasi conclusive nel mese di luglio 2008 fallirono per dissidi insanabili sulle clausole di protezione chieste da Cina e India, sancendo una pericolosa mancanza di regole proprio quando il commercio internazionale avanzava con maggiore decisione verso il liberismo e richiedeva un rafforzamento delle regole di base.

È in questo scenario che si cala l’ultima riforma europea del settore, conosciuta come “Milk package” o Pacchetto latte, varata lo scorso mese di marzo.

Come ha sottolineato l’Ue, la riforma ha un obiettivo molto ambizioso: liberare l’agricoltura europea dall’ingessatura della protezione interna (ritenuta peraltro troppo costosa per le casse comunitarie) per spingerla verso una competizione aperta sui mercati mondiali, anche per coglierne le grandi potenzialità di sviluppo, rappresentate in particolare dall’apertura dei nuovi mercati nei Paesi emergenti, con imponenti trend di crescita ed una forte espansione del potere d’acquisto e dei consumi.

Questa visione non è priva di fondamento: la competizione nei prossimi anni si giocherà sulla tenuta dei mercati tradizionali, che in molti casi sono saturi, e contestualmente sulla conquista di nuovi mercati, come la Cina, l’India, la Russia ed il Brasile, solo per citarne alcuni, nei quali vive una fetta importante della popolazione mondiale che finalmente potrà considerare l’alimentazione anche come una componente edonistica, e non più soltanto come un elemento della sopravvivenza.

Le Op e le Oi

Tornando al Pacchetto latte, era difficile conciliare le diverse esigenze dei Paesi membri dell’Ue in un unico provvedimento, ed infatti il compromesso è stato raggiunto al ribasso, comunque finalizzato a dotare la filiera di alcuni nuovi strumenti per:

– rafforzare la capacità negoziale dei produttori mediante le Organizzazioni dei Produttori (Op),

– incoraggiare le relazioni tra le componenti della filiera mediante le Organizzazioni Interprofessionali (Oi),

– programmare l’offerta dei formaggi dop e igp che si rifanno al regolamento istitutivo n. 2081 del 1982.

Esaminandoli nel merito, l’Op ha dunque la finalità di contrattare per conto dei produttori il prezzo del latte, come già evidenziato, e solo come opzione facoltativa può gestire anche la commercializzazione diretta del latte; in quanto tale è da considerare uno strumento deludente per l’Italia che avrebbe avuto come esigenza primaria – e come norma vincolante di base – proprio quella di realizzare l’integrazione economica, e non soltanto sindacale, del latte, anche in considerazione della struttura dell’imprenditoria privata con la quale i produttori che vendono il loro latte (sono esclusi quelli associati in cooperativa) debbono confrontarsi, sempre più condizionata dai gruppi a carattere multinazionale.

Va evidenziato in merito che il valore del latte italiano è tra i più alti in Europa, per effetto dei maggiori costi di produzione e della sua elevata qualità finalizzata alla trasformazione in prodotti di pregio, e che l’ottenimento di un prezzo “equo” per i produttori è fondamentale per coprire i maggiori costi e per investire nello sviluppo dell’azienda.

Le interprofessionali

L’altro strumento è rappresentato dalle Oi – “Organizzazioni interprofessionali”: degli organismi di concertazione tra le componenti della filiera, compreso il sistema distributivo, per la definizione di strategie condivise di sviluppo.

Potrebbe essere uno strumento fondamentale, tenuto conto che il settore può crescere se tutte le componenti remano verso la stessa direzione, ma occorrerebbe recuperare alla base una capacità di confronto e di dialogo che al momento, dominato dalle lacerazioni e dalle contrapposizioni, anche all’interno dei singoli segmenti della filiera, appare alquanto remota.

La programmazione

Il terzo strumento, la programmazione produttiva dei formaggi, ha invece un diretto e forte interesse per l’Italia, che lo ha proposto e difeso cercando i necessari consensi nel complesso iter di approvazione.

Con essa sarà possibile programmare in funzione della domanda le produzioni dei formaggi dop, che interessano quasi la metà del latte nazionale delle diverse specie animali, difendendo in tal modo la stabilità dei prezzi ed assicurando ai consumatori uno standard qualitativo costantemente elevato.

Il calo del prezzo del latte

Questo è dunque il viatico approntato dall’Ue per consentire al settore di affrontare il mercato post-quote.

Secondo gli economisti del settore l’abolizione delle quote latte provocherà una riduzione dei prezzi del latte del 16% in Europa e dell’8% in Italia in virtù del suo specifico modello produttivo incentrato sui formaggi dop; sul settore sta quindi per abbattersi una sorta di tsunami, capace di sconvolgere gli assetti attuali estromettendo dal mercato le componenti che non avranno dei fondamentali sufficientemente solidi.

L’integrazione

Il settore dunque si trova di fronte ad una nuova stagione di sfide ed è obbligato a scegliere la strada più impegnativa: quella delle integrazioni, a tutti i livelli:

– a livello dei produttori, per un’integrazione economica che comporti un’effettiva forza contrattuale e commerciale,

– a livello delle imprese, per una crescita dimensionale tale da ridurre i costi, razionalizzare, specializzare ed aumentare l’efficienza e l’export, cosa quest’ultima che richiede un’adeguata massa critica ed una elevata capacità di rischio,

– a livello di concertazione tra le componenti della filiera, per realizzare un sistema settoriale realmente proiettato verso uno sviluppo solidale.

Lo sviluppo

Le condizioni per una nuova stagione di sviluppo, pertanto, ci sono; la storia dimostra che proprio nelle fasi di più impegnativa transizione le cooperative e con esse le imprese private hanno la capacità di cogliere, e vincere, le nuove sfide.

Il compito dell’Ue non può certo esaurirsi con gli ultimi provvedimenti del Pacchetto latte: resta il tema di come sostenere le integrazioni e la internazionalizzazione, soprattutto nei Paesi dell’Europa meridionale ed orientale, e di come conseguire la tutela internazionale dei marchi, mediante accordi bi-multilaterali, in attesa di una ripresa di negoziati organici sul fronte Wto.

Sono queste due delle tematiche che nella mia veste di vicepresidente del Gruppo consultivo latte (la sede nella quale la Commissione Ue si confronta con le rappresentanze della filiera) mi riprometto di rilanciare nelle prossime settimane, forte dei “numeri” che il settore europeo rappresenta: un fatturato complessivo di oltre 300 miliardi di euro, 660 mila produttori ed una produzione che nei diversi Paesi membri ha contribuito a valorizzare il territorio, presidiando le aree di montagna e crescendo nel rispetto dell’ambiente.

*L’autore è presidente del Settore lattiero-caseario
di Fedagri-Confcooperative
e
vicepresidente del Gruppo consultivo latte
della Ue.

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