FIERA DI CREMONA –

Indagine Ismea sugli orientamenti delle aziende zootecniche italiane dopo il 2015

Post-quote latte, gli allevatori non ridurranno la produzione

quote latte

Gli allevatori italiani, almeno quelli con stalle di maggiori dimensioni, non stanno programmando radicali cambiamenti produttivi nella propria azienda in vista della fine del regime delle quote latte (31 marzo 2015). Lo assicura un’indagine campionaria condotta da Ismea e presentata all’ultima edizione della Fiera internazionale del bovino da latte di Cremona. Come ha spiegato il presidente Ismea Arturo Semerari al convegno clou della Fiera, gli Stati generali del latte, il 50% delle aziende interpellate ha dichiarato che anche dopo l’abolizione delle quote latte manterrà inalterato il proprio livello produttivo (vedi tabella 1).

Questo orientamento a mantenere lo status quo è stato riscontrato in misura leggermente superiore tra le imprese medio-grandi (tra i 100 e i 500 capi): «Il motivo risiede forse nel fatto che queste imprese, avendo già effettuato investimenti importanti nel corso degli anni, hanno già raggiunto un livello dimensionale che permette di utilizzare i fattori produttivi nel modo tecnicamente ed economicamente più efficiente».

Un altro 23% degli allevatori pensa invece di incrementare la produzione della propria azienda a seguito della liberalizzazione del 2015. La propensione ad aumentare la produzione risulta più diffusa tra le aziende molto grandi (oltre 200 capi) e tra quelle con un numero di capi compreso tra 20 e 49. Nel caso delle aziende molto grandi, spiega il presidente Ismea, l’aumento della produzione «potrebbe trovare motivazione nel fatto che l’allevatore cerca di raggiungere il grado ottimale di utilizzo della capacità produttiva». Invece nelle aziende medio-piccole l’aumento produttivo «potrebbe essere determinato dall’assenza di vincoli e dalla disponibilità di risorse prima impiegate proprio per le gestione delle quote (affitto o prelievo)».

Solo nel 3% dei casi si è registrato un orientamento al ridimensionamento produttivo, mentre il 7% di chi ha risposto propenderà per la chiusura dell’attività aziendale. Quest’ultima ipotesi, continua Semerari, è più frequente nelle aziende di piccole e medie dimensioni (fino a 100 capi).

L’indagine Ismea, commissionata da Cremonafiere, è stata condotta tra giugno e settembre 2013 su un campione di 239 imprese zootecniche, per il 59% situate nel Nord ovest del nostro Paese e per il 29% nel Nord est. E fin qui si resta in linea con le caratteristiche (geografiche) della zootecnia italiana da latte. Lo studio però ha anche escluso dalle proprie interviste le aziende con meno di 20 capi allevati e ha aumentato la quota delle aziende più grandi; una scelta di campo che può aver contribuito a sbilanciare i risultati dell’indagine su posizioni di maggiore ottimismo. Lo ha ammesso al convegno di Cremona lo stesso Semerari: «Se avessimo considerato anche le aziende con un numero di capi superiore a 20, molto probabilmente sarebbe stata ben più alta, e non solo del 7%, la percentuale degli allevatori che ritiene possibile una chiusura della propria azienda nello scenario del post-quote».

Ma lo studio Ismea non si è limitato a indagare sulla future dimensioni produttive delle stalle italiane. Ha anche chiesto agli allevatori quale immaginano possa essere l’impatto della fine del regime delle quote latte sul settore nel suo complesso.

Le risposte (anche queste riassunte nella tabella 1) vedono come scenario più temuto la contrazione del numero di allevamenti: il 31% degli intervistati teme l’uscita dal mercato di molte aziende, soprattutto di quelle di dimensioni ridotte e meno efficienti sotto il profilo dei costi. «Abbastanza condiviso (15%) è anche il timore di un calo, anzi di un crollo, del prezzo del latte, come conseguenza di una maggiore offerta e di una più spinta concorrenza in ambito nazionale ed europeo. E il 13% degli intervistati teme il verificarsi di speculazioni a danno degli allevatori da parte degli industriali, o della gdo, o delle multinazionali».

Infine una minima parte (3%) degli allevatori intepellati si attende che i produttori “onesti”, ossia quelli che hanno sempre rispettato le quote, vengano penalizzati a vantaggio di chi non le ha rispettate e teme che questi ultimi rimangano impuniti con l’abolizione delle quote stesse. «Questa preoccupazione è emersa anche in relazione al fatto che ad oggi non è previsto alcun indennizzo per coloro che hanno effettuato investimenti per l’acquisto di quote e che al primo aprile 2015 questi vedranno di colpo azzerato il valore patrimoniale delle stesse, con conseguenze anche sul fronte dell’esposizione finanziaria».

Ma il mercato è cambiato

Oltre all’esclusione dall’indagine delle aziende con meno di 20 capi c’è un altro fattore da tener presente per interpretare la portata dello studio Ismea: è che fin qui si tratta soltanto delle impressioni, delle aspettative, degli allevatori. Ma un conto è considerare l’opinione degli imprenditori italiani, dato importantissimo ma pur sempre soggettivo, un conto è considerare dati oggettivi. Dati oggettivi come ad esempio quelli delle analisi di mercato Usda, o Gta, i quali dicono che la produzione mondiale di latte non cresce, mentre invece cresce la domanda, come avviene nei Paesi emergenti. E se è questo il rapporto domanda/offerta, oggi ma anche nelle proiezioni future, probabilmente avrà torto chi teme che nel 2015 il prezzo del latte crollerà e uno tsunami affonderà la zootecnia.

È l’avvertimento di Paolo De Castro, presidente della commissione Agricoltura del Parlamento Ue, che sempre al convegno di Cremona ha ricordato: «Va bene, il regime delle quote latte sta per finire. Ma nel frattempo il mercato internazionale è cambiato profondamente, cosa che permette di ritenere che il post quote latte non avrà un effetto dirompente. Piuttosto cerchiamo di arrivare a questa scadenza con una struttura produttiva forte e ben organizzata. È vero che oggi il 70% del latte italiano va alla trasformazione casearia, e che questo è segno di una buona organizzazione produttiva, ma non è sufficiente, dobbiamo ancora lavorare molto sul fronte della logistica, dell’aggregazione…». Inoltre, continua De Castro, è motivo di ottimismo il recente accordo commerciale tra la Ue e il Canada: «Avremo maggiori opportunità di esportazione per i nostri formaggi; ricordiamoci che il Canada è un mercato ricco. E ricordiamoci anche che questo accordo è un esempio in grado di influenzare il negoziato tra la Ue e gli Usa; e gli Usa sono un mercato ancora più ricco».

La domanda cresce

Così lo studio Ismea ha dovuto tener conto anche di dati di mercato oggettivi, per contestualizzare meglio i risultati dell’indagine campionaria: Semerari ha dovuto ricordare come la produzione mondiale di latte dal 2008 a oggi non si sia mai allontanata troppo da quota 250-260 milioni di tonnellate (fonte Usda), contraendosi dello 0,1% nel 2013 rispetto al 2012. E come la domanda mondiale sia in aumento: per esempio le importazioni cinesi di latte in polvere sono in rapidissima crescita dal 2008 a oggi (vedi figura A); addirittura il livello dell’import cinese del primo semestre 2013 è superiore del 24% rispetto al primo semestre 2012.

Ora, se l’offerta mondiale è ferma e la domanda è in crescita, ha continuato il presidente Ismea, ci si può attendere che il prezzo del latte sui mercati internazionale aumenti; ed è proprio questo il trend mostrato dalla figura B, pure questa parte integrante dello studio in questione. «L’evoluzione del mercato mondiale (crescita delle economie emergenti e conseguente modifica dei consumi alimentari) ha modificato la situazione del settore lattiero caseario europeo: si è passati da quell’eccesso di offerta che aveva convinto l’Europa a introdurre nel 1984 il regime delle quote a un eccesso di domanda e a prezzi sostenuti, che non giustificano più l’esistenza del contingentamento produttivo. E che quindi hanno indotto a fissare nel 2015 la fine del regime delle quote».

Ci si può attendere anche che aumentino le esportazioni di prodotti lattiero caseari da parte della Ue. È proprio ciò che prevede la Commissione Ue, che ha diffuso i dati riassunti nella tabella 3 e mostrati da Semerari a Cremona: «Le prospettive di medio termine dell’export europeo, da qui al 2022, vedono percentuali molto alte e in crescita. Non è tutto, perché sempre secondo la Commissione tra il 2011 e il 2022 l’export di formaggi aumenterà del 40%, quello di latte in polvere scremato del 30%, quello di burro del 50%».

In conclusione, secondo il presidente Ismea, si può condividere la previsione proposta dall’ultimissima conferenza organizzata dalla Commissione Ue (Bruxelles, 24 settembre 2013, The Eu dairy sector: developing beyond 2015): «Non è atteso alcuno shock produttivo dopo la fine delle quote latte nel 2015».

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