No della Corte Ue al latte “vegetale”

È del 14 giugno scorso la decisione che stabilisce che i prodotti vegetali non possono essere commercializzati con le diciture: latte, crema di latte o panna, burro, formaggio e yogurt. Una decisione che interessa 7,6% di italiani che acquista questi prodotti


Latte vegetale: la Corte Ue mette il veto sulle denominazioni

Inganna i consumatori e fa chiudere le stalle la confusione generata dall’uso della parola latte per bevande vegetali, come quello la soia, che hanno raggiunto in Italia un valore al consumo di 198 milioni di euro con un incremento del 7,4% nell’ultimo anno. È quanto afferma la Coldiretti nel commentare positivamente il pronunciamento della Corte di Giustizia europea sul fatto che “i prodotti puramente vegetali non possono, in linea di principio, essere commercializzati con denominazioni, come latte, crema di latte o panna, burro, formaggio e yogurt, che il diritto dell’Unione riserva ai prodotti di origine animale” anche se “tali denominazioni siano completate da indicazioni esplicative o descrittive che indicano l’origine vegetale del prodotto in questione”.
Un mercato spinto dalle intolleranze ma alimentato anche dalle fake news diffuse in rete secondo le quali il latte sarebbe dannoso perché è un alimento destinato all’accrescimento di cui solo l’uomo, tra gli animali, si ciba per tutta la vita. In realtà il latte di vacca, capra o pecora – sottolinea la Coldiretti – rientra da migliaia di anni nella dieta umana, al punto che il genoma si è modificato per consentire anche in età adulta la produzione dell’enzima deputato a scindere il lattosio, lo zucchero del latte.
«Dalla Corte europea è giunta finalmente una risposta alle nostre sollecitazioni ma è chiaro – dichiara il vice presidente di Coldiretti Ettore Prandini – che questo è solo un primo passo. Adesso bisogna rendere trasparente l’informazione anche su tutti gli altri prodotti vegan che utilizzano denominazioni o illustrazioni che rimandano o in qualche modo ricordano l’utilizzo di carne, uova o altri derivati animali con cui in realtà non hanno nulla a che fare. È una questione di coerenza e di onestà nei confronti sia dei consumatori sia dei produttori. Ognuno è libero di fare le proprie scelte e bere ciò che preferisce – conclude Prandini -, ma è giusto che l’informazione sia chiara e completa».
«Sugli scaffali niente più latte di soia, caciotta di tofu o yogurt vegetale. La sentenza della Corte di Giustizia europea è un primo importante passo sulla strada della trasparenza, nell’interesse dei produttori e dei consumatori». Lo ha detto Raffaele Maiorano, presidente dei giovani di Confagricoltura, alla notizia della decisione dell’Istituzione Ue.
«Il nostro auspicio è che la sentenza del 14 giugno scorso – spiega il presidente di Granarolo Gianpiero Calzolari – possa contribuire in maniera determinante ad arginare il dilagare di denominazioni ingannevoli e fuorvianti che si sono diffuse negli ultimi anni e che hanno generato non poca confusione nei consumatori. Ogni iniziativa volta a tutelare il consumatore ed a metterlo nelle condizioni di disporre delle informazioni complete e corrette al momento dell’acquisto, premia chi fa correttamente impresa».
«Con questa decisione, la dicitura “latte e suoi derivati” potrà essere utilizzata solamente per prodotti che derivino in maniera esclusiva dalla mungitura. Un ulteriore elemento di chiarezza per i consumatori – dichiara il presidente di Confagricoltura Mantova Matteo Lasagna –. Nei mercati agroalimentari è frequente la messa in commercio di alimenti che richiamano in maniera impropria prodotti sinonimo di qualità, genuinità e provenienza controllata».
Andrea Righini, direttore del Consorzio Tutela Pecorino Toscano: «Trasparenza e qualità della materia prima sono requisiti fondamentali per le produzioni dop e per mantenere e tutelare le eccellenze agroalimentari, di cui fa parte anche il Pecorino Toscano dop”.
«Ci fa molto piacere apprendere questa notizia. Finalmente un po’ di chiarezza per i consumatori». Così Stefano Berni, direttore generale del Consorzio del Grana Padano.
Infine, il direttore di Assolatte Massimo Forino fa notare una piccola eccezione che riguarda le denominazioni “latte di mandorla”, “latte di cocco” e “burro di cacao” «queste infatti, stabilisce il regolamento, sono denominazioni tradizionali e non hanno nulla di evocativo».

 

Vegetale vs animale: costi e proprietà nutrizionali
Sul fronte della spesa delle famiglie – spiega la Coldiretti –  i prodotti vegetali che mimano il latte e i formaggi costano molto di più, a volte anche il doppio, rispetto agli originali. Per esempio i prezzi dei drink a base di riso, avena, cocco e soia sfiorano i 3 euro al litro. Il consumo di questi prodotti – spiega la Coldiretti – è spinto anche dalla falsa percezione che si tratti di latte, con le stesse proprietà nutrizionali e organolettiche, oltre che dalle fake news diffuse in rete secondo le quali il latte sarebbe dannoso perché è un alimento destinato all’accrescimento di cui solo l’uomo, tra gli animali, si ciba per tutta la vita. In realtà il latte di mucca, capra o pecora rientra da migliaia di anni nella dieta umana, al punto che il genoma si è modificato per consentire anche in età adulta la produzione dell’enzima deputato a scindere il lattosio, lo zucchero del latte.
«Questi prodotti di origine vegetale devono proporsi come alternativi ai nostri, in quanto sono veramente altri prodotti, con diversa composizione e valori nutrizionali del tutto diversi e non confrontabili» sottolinea il direttore di Assolatte Massimo Forino.


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