Montichiari / Consumi di latte in calo; Calzolari: ma le risposte ci sono

In un contesto competitivo internazionale, ciò che conviene ai produttori italiani è «caratterizzare il più possibile la materia prima e le produzioni Made in Italy, perché dobbiamo uscire vincenti da un confronto che vede il latte a livello mondiale come una commodity»


latte

Dal ruolo dell’imprenditore agricolo (che è più un artigiano di un artista) alla Brexit (che preoccupa, ma probabilmente non andrà a intaccare i consumatori di fascia medio-alta, ai quali il Made in Italy lattiero caseario si rivolge). Per approdare alle nuove produzioni che Granarolo, la più grande cooperativa del settore latte, ha in fase di lancio per contrastare quel calo dei consumi di latte fresco che – almeno in Italia – hanno eroso una parte non marginale del mercato.

Tutti temi che il presidente di Granarolo, Gianpiero Calzolari, ha affrontato al convegno organizzato dall’Informatore Zootecnico su «Costi, ricavi e redditività della produzione di latte» alla 89ª edizione della Fiera Agricola Zootecnica Italiana di Montichiari. Una manifestazione da tutto esaurito (500 tra espositori e allevatori, 350 capi bovini, 35mila visitatori qualificati in tre giorni di manifestazione), all’interno della quale IZ ha giocato un ruolo da protagonista organizzando oltre a questo anche un secondo convegno.

«Dal 2010 a oggi il consumo del latte fresco è diminuito del 30%, e va aggiunto un altro -30% di latte commercializzato come private label – ha detto Calzolari -. Da qui al 2030 i consumi caleranno ulteriormente, con una flessione maggiore più sul latte fresco che non del latte uht».

E se è vero, come ha sostenuto allo stesso convegno il ricercatore Kees De Roest del Crpa di Reggio Emilia, che «sul mercato lattiero caseario la competizione si sposta in Asia, dove l’Ue dovrà confrontarsi con la Nuova Zelanda e l’Australia», è altrettanto vero che quando si parla di Cina nulla è scontato e la battaglia commerciale per conquistare Pechino vede molti player aggirarsi da Europa, Stati Uniti e Oceania. «Comincia a essere un mercato competitivo, con molti operatori – ha specificato Calzolari -. Noi italiani non siamo arrivati primi e non abbiamo consolidato il mercato. È un’opportunità, anche perché possiamo contare sui prodotti Dop, ma non è semplice».

Per l’Italia, inoltre, lo scenario in parte si complica. Innanzitutto, geograficamente si colloca al di fuori dalla Dairy Belt, la cosiddetta “Cintura del Latte” che rappresenta il cuore della produzione in Europa ed è la fascia che va dall’Irlanda alle Repubbliche Baltiche, passando per la Francia del Nord, l’Olanda, la Germania e la Polonia. In secondo luogo, Calzolari non dimentica la situazione demografica, con un aumento della popolazione anziana e una diminuzione dei consumi alimentari.

L’etichettatura, in un simile contesto, potrà essere un aiuto. Non ha dubbi il numero uno di Granarolo: «Questa operazione di tracciabilità della materia prima, soprattutto nella fase iniziale, sarà utile; ma finirà per spegnersi se non la dotiamo di contenuti», ha ammonito.

Bene il latte biologico

A livello di offerta commerciale, il latte da tempo non è più venduto “soltanto” come tale. Vince la segmentazione produttiva, con trend anche positivi per alcune tipologie particolarmente richieste dagli allevatori. «Va molto bene il biologico, così come c’è una richiesta crescente di prodotto delattosato», ha dichiarato Calzolari.

Granarolo, tuttavia, non intraprenderà la strada che negli Stati Uniti targati Obama una parte del sistema alimentare aveva imboccato, sostenuta dal Dipartimento di Stato: un riconoscimento maggiore alle produzioni in fase di conversione. «Noi paghiamo il differenziale maggiore a chi produce latte biologico – ha spiegato Calzolari, a margine del convegno – ma non sosteniamo con premi o incentivi gli allevatori che sono nella fase di conversione dal convenzionale all’organic, perché pensiamo che alla base del cambio di rotta dell’allevamento non ci debba essere una moda, ma una convinzione radicata e supportata da conti aziendali preliminari. Una volta ottenuta la certificazione biologica, non dimentichiamo che ai produttori è riconosciuto un differenziale di prezzo di circa 18 centesimi al litro».

Distintività del prodotto

Granarolo risponderà anche alle esigenze dei consumatori nell’ambito di quelli che oggi sono gli orientamenti dell’Organizzazione mondiale della Sanità e del ministero della Salute, che raccomandano di ridurre la quantità di sodio negli alimenti. Per questi motivi, «sul fronte dei prodotti caseari stiamo lanciando prodotti freschi senza sale, nella convinzione che avranno la giusta attenzione da parte del consumatore».

Per sopravvivere a un mercato caratterizzato sempre di più dalla volatilità, Calzolari ha ammonito i produttori a «diventare imprenditori e avere contezza dei propri conti. L’allevatore non deve essere un artista, ma un artigiano, per tenere in piedi l’azienda. Diventare imprenditore significa avere contezza e tempestività dei dati».

Se la tempestività è un aiuto concreto per indirizzare l’azienda, Granarolo ha adottato la tecnica della comunicazione rapida via sms, per segnalare eventuali anomalie nei parametri di qualità del latte (grasso, proteine, cellule e carica batterica) e fare in modo che il produttore possa correre ai ripari.

La missione è – in un contesto competitivo internazionale – «caratterizzare il più possibile la materia prima e le produzioni Made in Italy, perché dobbiamo uscire vincenti da un confronto che vede il latte a livello mondiale come una commodity. La soluzione sarà quella di produrre distintività, legata ai formaggi Dop. Abbiamo un mercato molto disponibile alla nostra qualità, molto di più di quanto non sia il mercato locale».

L’assioma di Calzolari è incontestabile: «In Cina un giorno arriveranno ad essere autosufficienti per la produzione e i consumi di latte liquido, ma non lo saranno mai per prodotti quali il Grana Padano, il Parmigiano-Reggiano, il Gorgonzola».

L’internazionalizzazione sarà la chiave. «Ma se vogliamo esportare di più non dobbiamo chiudere il Brennero o pensare di chiuderlo solo per le merci in entrata e lasciare aperto il canale di uscita – ha contestato – dobbiamo invece compiere una grande operazione culturale, per raccontare il Made in Italy. Non produciamo latte in polvere, produciamo qualità».

Programmazione contro la volatilità

Tuttavia, il mercato deve contare anche sul Sistema Paese, sulla logistica, su piattaforme che vanno oltre le caratteristiche del singolo prodotto. «Granarolo è la più grande cooperativa italiana nel lattiero caseario – ha ripetuto – ma al confronto di altre realtà in Europa o nel mondo siamo piccoli e non è indifferente poter fare leva su altri driver per competere, rappresentati appunto da come funziona il Paese».

Impossibile prevedere come sarà il mercato in futuro, ma è inevitabile, per Calzolari, «che dovremo fare i conti con la volatilità, come è accaduto in questi anni. Il problema si risolve con la programmazione, intervenendo sull’efficienza aziendale, costituendo delle riserve che potranno essere utilizzate quando i listini saranno nella loro fase più bassa e sarà necessario fronteggiare le minori entrate».

Servirà, per tutto questo, un nuovo modello di produzione, impostata sul dialogo. «Bisogna creare le condizione perché il mercato cresca – ha affermato – ma ci deve esser un link molto forte tra chi produce e trasforma, si tratti di una cooperativa o di un’industria».

Il segreto rimane comunque «produrre un po’ meno di quello che produce il mercato, ma senza cadere nel protezionismo. Lo scorso anno abbiamo fatto i conti con la sovrapproduzione figlia della fine delle quote latte. Siamo stati fortunati, perché i nostri sforzi commerciali ci hanno portato ad aprire un canale straordinario con la Corea del Sud, consegnando 100 container al mese per tre mesi. Una soluzione che ci ha permesso di far fronte all’aumento delle consegne di latte».

Il lifting deve riguardare anche il mondo agricolo. «La nuova frontiera significa semplificare la struttura e creare filiere vere – ha valutato Calzolari -. Abbiamo decine di associazioni, migliaia di cooperative, mentre avremmo bisogno di più cooperazione e meno cooperative. La mission è valorizzare il latte, non pagare sovrastrutture. Solo se investiremo sulla formazione degli allevatori e daremo valore al latte prodotto i giovani si fermeranno in azienda».

No al protezionismo

Quanto all’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, Calzolari non si è mostrato eccessivamente preoccupato. «La Brexit non ci aiuta, così come non ci aiuta la posizione che Trump vuole mettere in campo a favore del protezionismo americano, che già oggi è molto serrato per effetto di un sistema di quote molto rigido – ha spiegato il presidente di Granarolo -. Tuttavia, dobbiamo confidare nel fatto che, non esportando noi italiani commodity, possiamo mantenere una tipologia di clientela che non si turbi troppo se aumentano un po’ i prezzi di acquisto».

«Qualcuno più competitivo sul piano dei prezzi riuscirà forse a intercettare un po’ di mercato – ha proseguito Calzolari – e se il mondo si chiude nel protezionismo per noi è un problema. Ma puntiamo su consumatori diversi da quelli che guardano esclusivamente il prezzo. Noi dobbiamo trovare un mercato di gente che si voglia divertire a mangiare».

 

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