Made in Italy: efficienza, modernità, solo così ci imporremo

Riaffermare il primato del made in Italy è possibile. Ma serve un piano di ammodernamento dell’impianto produttivo nazionale


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L’export nell’agroalimentare è a 36 miliardi, è il record per l’Italia ma è ancora poco, dobbiamo arrivare a 50 miliardi. Ci arriviamo, ci metteremo qualche anno ma ci arriviamo». Così ha annunciato in occasione della conferenza stampa di qualche settimana fa il Primo Ministro Matteo Renzi, che ha comunicato che il ministero delle Politiche agricole diventerà il ministero dell’Agroalimentare.

Non è la prima volta che sentiamo esprimere questi concetti da parte di esponenti del Governo, delle associazioni di rappresentanza e di chi si occupa di economia. Sostenere i produttori e gli allevatori è decisivo per le prospettive di tutto il comparto e per il nostro made in Italy, serviranno dunque misure a media gittata utili a raggiungere l’obiettivo. Sappiamo infatti che i provvedimenti provvisori a sostegno del comparto (ad esempio i 25 milioni di euro messi a sostegno del prezzo del latte fino a marzo), anche se apprezzabili, hanno vita breve e non danno ossigeno al comparto.

L’obiettivo dichiarato è ambizioso: valorizzare le produzioni di eccellenza e sostenere la penetrazione dei prodotti italiani all’estero.

Diamo credito alla volontà del Governo di rilanciare il nostro agroalimentare sedendo al tavolo convocato dal Ministro per affrontare la grave situazione in cui versano gli allevatori, con le Regioni e i principali rappresentanti della filiera, portando le nostre ragioni, le nostre possibili soluzioni, raccogliendo l’apprezzamento trasversale per come stiamo impegnandoci per innovare il modello di mercato. La cooperazione in particolare ha una importante responsabilità, raccoglie una quota rilevante della produzione nazionale ed ha i numeri per dare vita alla organizzazione interprofessionale lattiera.

Sarebbe però retorico affidare il futuro del nostro comparto al solo mercato, si parla molto di internazionalizzazione, ma esiste un tema enorme di adeguatezza del nostro comparto primario. Per troppo tempo, impigriti dalle buone valorizzazioni dei nostri prodotti Dop e da politiche di distribuzione assistenziali delle risorse pubbliche, non ci siamo occupati dell’efficientamento della filiera agricola.

Con un differenziale di quasi 10 euro rispetto alle quotazioni del Nord Europa il prezzo del latte nazionale non copre i costi di produzione.

La globalizzazione è un dato di fatto e per quanto l’Italia spunti un differenziale di prezzo anche sui mercati d’Oltralpe per la riconosciuta capacità di trasformazione, la competizione internazionale esige un ridimensionamento dei prezzi di produzione. In parte si tratta di costi derivanti dalla conformazione geografica ed orografica dello Stivale, oggettivamente meno favorevole all’allevamento del Nord Europa. In parte si tratta di costi indotti dal peso del sistema Paese, energia, trasporti, burocrazia, ridondanza della rappresentanza e un impianto barocco di enti ed organismi di dubbia utilità.

Infine ci sono i costi propri della produzione, una dimensione media ben al di sotto della rete europea: la cosa vale per l’azienda agricola e vale per gli impianti di trasformazione, troppi e incapaci di intercettare quote di valore che in questo modo vengono sottratte dalla produzione a vantaggio della intermediazione commerciale e della distribuzione, costi del terreno ancorati ad una aspettativa di rendita patrimoniale privi di nesso con la funzione produttiva, spreco energetico e obsolescenza delle strutture, scarsa cultura imprenditoriale.

Non è impossibile ritenere che un piano di ammodernamento dell’impianto produttivo nazionale, rigorosamente selettivo, condiviso con le Op e le cooperative, coordinato dal Ministero alle Regioni, che agisca rigorosamente su quest’ultimo gruppo di voci di costo e sui costi del sistema Paese, congiunto alle direttive per l’internazionalizzazione, possa restituire il primato del made in Italy all’intera filiera.

 

* Gianpiero Calzolari è presidente di Granlatte e Granarolo.

 

L’articolo completo è pubblicato su Informatore Zootecnico n. 2/2016

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