GESTIONE DEIEZIONI –

E’ l’indicazione di Giuliano Oldani, contoterzista esperto nella distribuzione dei reflui zootecnici e autore di diverse prove in collaborazione con la Regione Lombardia. Ecco le varie tecniche di distribuzione e di interramento

Liquami «Ne bastano 80 tonnellate per nutrire un ettaro di mais»

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La corretta gestione dei reflui passa per un principio: distribuire invece di smaltire. In altre parole, utilizzare letame e liquami per quel che valgono invece di liberarsene scaricandoli in fretta e furia. A queste condizioni, assicurano gli esperti, i reflui diventano una risorsa preziosa e possono persino sostituire in toto la concimazione di sintesi.

«Se ben sfruttati, i reflui possono fornire tutto l’azoto necessario non soltanto per fare grano, ma anche per il ben più esigente mais», ci dice Giuliano Oldani, contoterzista esperto nella distribuzione dei liquami di origine zootecnica e autore di diverse prove in collaborazione con la Regione Lombardia.

Vediamo, prima di tutto, come dovrebbe essere organizzata una distribuzione razionale, per occuparci poi delle tecniche di spandimento oggi in uso. Ci concentreremo inizialmente sui liquami, per poi dedicare ovviamente spazio anche al letame.

Reflui in due applicazioni

“La prima cosa – esordisce Paolo Montana, uno dei soci di Oldani – è capire che si deve lavorare con rigore. Per esempio, se invece di smaltire i reflui suddivido il loro spandimento in due passate, la prima in autunno e la seconda in presemina, posso arrivare a dare tutto l’azoto di cui la pianta ha bisogno soltanto attraverso gli effluenti”. Oldani, Montana e un terzo socio hanno costituito la società “Servizio&Qualità”, con sede a Borgo San Giovanni, nel Lodigiano.

“I liquami – continua Oldani – contengono all’incirca 4 kg di azoto totale per tonnellata. Con un dosaggio di 50 tonnellate per ettaro nella prima applicazione e di 30 nella seconda, si arriva a 320 kg/ha di azoto, ovvero la quantità necessaria per far crescere il mais. Inoltre, usando gli attrezzi giusti è possibile dare una terza dose di liquami in copertura, fino allo stadio di ottava o nona foglia. È però un discorso da considerare con attenzione, perché la finestra di intervento è molto stretta: bastano pochi giorni di pioggia seguiti dal caldo per rendere impossibile questo ultimo intervento”.

Il problema degli allevatori, tuttavia, spesso non è dosare al meglio il liquame, ma usarne il più possibile. “In questo caso – interviene Montana – si può sfruttare una coltura di copertura, o cover crop. Si tratta di una coltivazione invernale fatta allo scopo di preservare il terreno dal dilavamento. Tuttavia serve anche per asportare azoto e pertanto potrebbe essere considerata ai fini della direttiva nitrati. La regione Lombardia, perlomeno, è possibilista su questo punto. È chiaro che se togliamo azoto con una coltivazione invernale, ne potremo usare di più in primavera. Potremmo, per esempio, ricorrere a una leggera concimazione con prodotti di sintesi, per dare una spinta alle coltivazioni nel momento di maggior bisogno”.

Quando si usa il letame

I concetti espressi qui sopra valgono anche, in buona sostanza, per il letame. Differenze fondamentali tra le due forme che possono assumere gli effluenti bovini non ve ne sono: senz’altro il letame, che sia raccolto con metodi tradizionali (per esempio su lettiera stabile) o separato dai liquami in vasca, con gli appositi separatori, presenta una componente di sostanza organica molto più accentuata ed ha anche un maggior contenuto di azoto organico. Dunque, a più lenta cessione rispetto all’azoto ammoniacale.

Un altro aspetto da tenere in considerazione è una maggior difficoltà di spandimento e soprattutto di rispetto dei dosaggi: se infatti è relativamente facile, come vedremo più avanti, controllare quanto liquame si distribuisce, con il letame si ha qualche problema in più, sia nel rispetto dei quantitativi sia nella gestione del campo, dal momento che non è possibile interrare il prodotto nella fase di distribuzione.

D’altra parte, vi sono anche innegabili vantaggi. Per esempio, il letame ha un contenuto di azoto molto più stabile rispetto ai liquami. Mentre questi ultimi possono infatti contenere una dose assai variabile di acqua (per esempio se si usano vasche non coperte, oppure se si effettua il lavaggio del paddock), il letame non presenta questo problema, se non in misura assai ridotta. Dunque si incontrano difficoltà di distribuzione ma d’altra parte è più facile stabilire a priori il contenuto di azoto e dunque calcolare qual è il corretto dosaggio per ettaro.

I sistemi di spandimento

Ci sono diversi modi di fare spandimento dei liquami e non tutti danno gli stessi risultati. Sentiamo ancora gli esperti di Servizio&Qualità: “Perché possa essere assorbito dalle piante, l’azoto deve essere in forma ammoniacale. In secondo luogo deve essere messo nel posto giusto: non oltre i 15-20 cm di profondità e a una distanza di circa 35 cm che è la superficie coperta dalle radici delle piante”, spiega Paolo Montana. Vediamo allora i principali sistemi di distribuzione, evidenziando pregi e difetti di ciascuno.

Distribuzione a getto. È il metodo più economico, visto che prevede l’impiego della sola botte. Arrivati in campo si aprono le bocchette e si scarica il contenuto, oppure si usa un getto simile a quello dell’irrigazione a pioggia.

È veloce e, come detto, economico, ma i suoi pregi finiscono lì. Secondo alcuni studi tedeschi, un sistema di questo tipo provoca, con clima caldo, la dispersione in atmosfera di tutto l’azoto ammoniacale (quello con miglior potere fertilizzante). Inoltre si ha una possibilità praticamente nulla di controllo sul quantitativo distribuito per metro quadro. Considerato dal punto di vista ambientale, è a rischio di percolamento in caso di piogge abbondanti. Infine l’odore che si sprigiona provoca le proteste dei residenti.

Distribuzione localizzata. Dietro alla botte si colloca una barra con calate che portano il liquame fino a pochi centimetri dal suolo. Rispetto allo spaglio, ha due vantaggi: localizza molto bene il prodotto (si arriva a uno scarto del 5% rispetto al bersaglio, per i sistemi più precisi) e riduce fortemente gli odori, perché i liquami sono rapidamente assorbiti dal terreno. Mantiene inoltre un’elevata efficienza di lavoro (si procede a velocità prossime ai 10 km orari con barre larghe decine di metri) e permette di distribuire il digestato anche su piante già sviluppate, perché si lavora tra le file e dunque senza rischi di bruciare le foglie.

Ha però un difetto, secondo gli studi già citati: anche in questo caso, si ha una dispersione piuttosto importante dell’azoto ammoniacale: fino al 50%.

Interramento superficiale. Dietro alla botte non abbiamo le calate ma una barra con falcioni o dischi che incidono il terreno e depositano il liquame a due o tre centimetri di profondità. Il sistema mantiene una buona capacità di lavoro – si arriva a 8 km orari di velocità – e riduce fortemente la dispersione dell’azoto ammoniacale, oltre a eliminare il problema degli odori.

È una soluzione valida soprattutto sui prati stabili, dove non sono necessarie lavorazioni del terreno.

Interramento profondo, primo tipo. Può essere di due tipi. Il primo – e più semplice – è quello effettuato con le ancore che molti costruttori montano sulle botti. Senza dubbio evita la volatilità dell’azoto ammoniacala e i cattivi odori, ma d’altra parte non sfrutta appieno il potere fertilizzante del liquame, perché le ancore sono poste solitamente a una distanza di almeno mezzo metro e in questo modo collocano il prodotto troppo lontano dalle radici delle piante che si vengono a trovare tra le ancore.

Questo provoca, soprattutto sui cereali a paglia, il ben noto “effetto onda”: piante alte nella zona in cui è stato interrato il liquame e basse nello spazio tra le ancore. Per lo stesso motivo – fa notare Giuliano Oldani – anche la distribuzione superficiale con successiva aratura profonda è inefficace, perché rivoltando il terreno porta il liquame a 30 o più centimetri, dunque fuori portata per le radici della pianta giovane.

Interramento profondo, secondo tipo. Il secondo tipo di interramento prevede file molto più ravvicinate e soprattutto la contestuale lavorazione del terreno, attraverso file di dischi o ancore. In questo modo si ottengono due risultati: si distribuisce il liquame e, contemporaneamente, si effettua una prima preparazione del letto di semina.

Tra parentesi, è la strada scelta da Oldani, Bonomi e Montana. “Distribuendo i liquami in due tempi – in autunno e poi a primavera – praticamente facciamo una doppia lavorazione del terreno che permette, con le macchine adatte, di andare direttamente alla semina, facendo risparmiare soldi agli allevatori. Dopo qualche anno il terreno si struttura e la componente organica dell’azoto, quella a più lenta cessione, lo arricchisce rendendolo più fertile”, conclude Montana.

Carri speciali per il letame

Se si vuol effettuare una distribuzione razionale e controllata del letame si deve superare il concetto del tradizionale carro spandiletame, che consente ovviamente un controllo approssimativo sulle quantità depositate in campo.

Negli ultimi anni sono stati realizzati carri con un alto rispetto dei dosaggi. Per esempio, alcuni – rimasti al momento prototipi – si basano su celle di carico per pesare il prodotto quando si riempie il carro e controllare man mano la distribuzione. Abbinati al Gps del trattore, carri di questo tipo permettono di variare i dosaggi a seconda del fabbisogno di concimazione del campo, ma anche di interrompere la distribuzione in prossimità delle zone di rispetto.

Un altro problema è la lavorazione del prodotto: con il letame, infatti, non è possibile effettuare un interramento al momento della distribuzione. Diventa quindi necessario lavorare il terreno in un secondo momento.

Anche in questo caso, tuttavia, non è detto che sia indispensabile la classica aratura profonda. Una minima lavorazione, anzi, può risultare vantaggiosa sotto diversi aspetti, non ultimo quello economico. È però importante, in questo caso, che il letame sia ben distribuito e non ammassato in blocchi in poche aree di terreno.

Le macchine

I mezzi professionali per una distribuzione corretta hanno un costo che va oltre le possibilità di una normale azienda agricola o zootecnica; è il motivo per il quale esistono i contoterzisti, del resto. Ciò nonostante, ci sono attrezzature che permettono di fare un buon lavoro anche in proprio.

Per esempio, le barre con calate: hanno un costo accettabile e, come abbiamo visto sopra, un’eccellente resa qualitativa, anche se si deve scontare una certa dispersione di azoto nell’atmosfera. Se si è disposti a spendere di più, si possono acquistare erpici con calate per fare lavorazione e spandimento abbinati, fino ad arrivare a barre come quella che propone la Horsch e che è dotata di 15 ancore su due file, ciascuna con un cannello per l’interramento del liquame.

Va anche oltre Vogelsang, che offre un attrezzo per la lavorazione a strisce: X-Till lavora soltanto una banda di terreno, quella dove sarà deposto il seme. In questo modo si risparmia sui costi di carburante e si hanno alcuni dei vantaggi offerti da un suolo non lavorato in termini di porosità, struttura e tenuta in caso di siccità.

In ogni caso, conclude Giuliano Oldani, l’importante è usare bene il prodotto che si ha a disposizione. “Per esempio, è fondamentale il distributore, ovvero il dispositivo che ripartisce il liquame tra le diverse calate. Se non è efficiente, le ali della barra ricevono meno prodotto rispetto alla parte centrale e dunque avremo una concimazione sbilanciata e uno sviluppo disomogeneo delle piante”.

Per il letame e il separato solido, infine, si può avere un buon controllo dei quantitativi distributi scegliendo macchine che abbiano il sistema di spandimento non su retro ma sul fianco del carro. Questi modelli risultano, secondo studi effettuati, meno influenzati dalla velocità di avanzamento e soprattutto dal quantitativo di prodotto ancora presente nel carro stesso. Quando il cassone è quasi vuoto, infatti, le catenarie che di solito effettuano il trasporto di prodotto verso il rullo distributore possono risultare meno efficienti e dunque la quantità di prodotto per ettaro si riduce.

Una soluzione alternativa – possibile soprattutto con il separato secco o la frazione solida del digestato – sono i carri a paratia mobile, nei quali il prodotto è spinto da una parete mobile e non trascinato dalle catene

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