Il latte soffre, l’Europa dorme

Dopo la Brexit ci saremmo aspettati un cambio di passo deciso. Che facesse percepire una Ue più vicina alle esigenze degli agricoltori e più incisiva nelle sue decisioni. Purtroppo così non è stato


latte

La situazione di grave difficoltà che sta interessando da tempo il settore lattiero caseario impone una serie di riflessioni relative alle dinamiche del mercato e alle politiche attuate a sostegno del settore a livello nazionale e comunitario.

Per quanto riguarda il mercato, è senza dubbio evidente che l’avvenuta abrogazione del regime delle quote latte – peraltro non accompagnata da alcuna misura di accompagnamento che ne potesse attenuare il prevedibile impatto – ha determinato una modifica significativa dell’assetto del mercato comunitario, come chiaramente testimoniato da dati ufficiali dell’European Milk Market Observatory, attivato dalla stessa Unione europea.

L’impennata dell’offerta

Nei primi quattro mesi di quest’anno la produzione di latte nell’ambito europeo è cresciuta del 5,6% rispetto allo scorso anno, con un incremento che ha interessato in maniera trasversale quasi tutti gli Stati membri con le uniche eccezioni di Portogallo, Svezia e Croazia dove si è registrato un calo della produzione.

Ma non solo: scorporando il dato generale, si nota come alcuni degli incrementi produttivi più accentuati si riscontrano in Paesi quali l’Olanda (+16,0%), l’Irlanda (+14,4%) e la Polonia (+8,2%), ovvero Paesi la cui produzione è storicamente eccedente al fabbisogno interno, con un conseguente aumento della quantità di latte immessa nel circuito dell’export.

Risultato inevitabile di questo incremento dell’offerta un calo del prezzo corrisposto mediamente agli allevatori. Prezzo che, nel mese di maggio, ha raggiunto su scala europea i 26,30 euro per quintale e che dai primi dati del mese di giugno pare essere destinato a un ulteriore ribasso: per ritrovare prezzi così bassi si deve tornare indietro sino al 2009.

L’incremento registrato nelle ultime settimane nelle quotazioni del latte spot, in tale contesto, sembra quindi più riconducibile a un effetto stagionale – ovvero la maggiore richiesta dell’industria in relazione all’incremento dei consumi di prodotti freschi come le mozzarelle – che a una reale tendenza del mercato.

Globalizzazione e volatilità

Ma un altro dato emerge in maniera evidente, ovvero la sempre più accentuata globalizzazione del mercato: tutti gli analisti evidenziano come il calo delle importazioni di latte in polvere, in particolare dalla Nuova Zelanda, da parte della Cina abbia causato ripercussioni, per un effetto domino, anche sul mercato europeo.

Da non trascurare poi l’impatto dell’embargo russo non solo in termini di riduzione del nostro export di formaggi, ma anche delle necessità dei principali partner negli scambi agroalimentari con la Russia, in primo luogo la Polonia, di trovare una diversa collocazione delle proprie produzioni.

Un contesto globalizzato, quindi, in cui la volatilità del mercato raggiunge livelli elevatissimi, legata a una serie di fattori ampia e articolata, alcuni dei quali – si veda appunto il caso dell’embargo russo – fuori da qualsiasi possibilità di controllo da parte del mondo agricolo.

I limiti della politica Ue

Rispetto a questo fenomeno – non certo limitato al solo settore lattiero caseario – si evidenziano i limiti dell’attuale impianto della Politica agricola comunitaria, che rimane ancora vincolata a un meccanismo di pagamenti fissi e costanti e che non si è invece dotata, a fronte dalla profonda trasformazione dei mercati agroalimentari degli ultimi quindici anni, di strumenti che consentano interventi mirati e efficaci a fronte delle accentuate oscillazioni dei prezzi, per sostenere le aziende nei momenti in cui i mercati stessi non forniscono loro un’adeguata redditività.

L’intervento straordinario attuato dalla Ue negli scorsi mesi, con l’assegnazione di 25 milioni di euro all’Italia, di fatto non è risultato risolutivo, al di là di un afflusso temporaneo di liquidità per le aziende; lo prova il fatto che, a distanza di pochi mesi, l’Europa ha dovuto nuovamente intervenire.

È di pochi giorni orsono l’annuncio di nuove misure, tra le quali è compresa anche l’incentivazione – con un fondo di 150 milioni di euro su scala europea – della riduzione volontaria della produzione, da tempo sollecitata da parte di numerosi attori della filiera del latte e che (senza che ancora se ne conoscano nel dettaglio le modalità attuative) dovrebbe entrare in vigore dalla metà del mese di settembre.

Serviranno quindi altri due mesi perché la misura entri in vigore e un tempo ancora più lungo affinché possa sortire gli sperati effetti positivi sul mercato: tempi difficilmente compatibili con le necessità di numerose aziende già da tempo in difficoltà e anche la dotazione finanziaria assegnata a questa misura non appare sufficiente rispetto agli scopi prefissati.

Più in generale, dopo il recente referendum sulla Brexit, ci saremmo aspettati un cambio di passo deciso che portasse a percepire un’Europa più attenta e più vicina alle reali esigenze degli agricoltori, più incisiva nelle sue decisioni e meno frenata dagli aspetti burocratici che condizionano il suo operato e che contribuiscono di fatto a alimentare i sentimenti antieuropeisti: purtroppo così non è stato.

 

Coinvolta anche l’industria

Un’ultima riflessione: è un dato di fatto oggettivo che la situazione di crisi del settore sta coinvolgendo non solo gli allevatori, ma anche l’industria di trasformazione.

Una circostanza che, forse, dovrebbe indurre a ragionare con maggiore convinzione sulla possibilità di sviluppare forme di collaborazione. Con l’obiettivo comune del rilancio della filiera del latte italiano.

 

L’articolo è pubblicato su Informatore Zootecnico n. 14/2016

L’edicola di Informatore Zootecnico


Pubblica un commento