Fiera di Montichiari, gli allevatori chiedono un commissario per il latte

È la richiesta comune di un sondaggio su duecento addetti ai lavori, per lo più allevatori, organizzato dalla Fiera Agricola Zootecnica Italiana. Che ha chiuso i battenti con 38mila visitatori. Gli interventi degli imprenditori presenti


allevatori

Allevatori, agricoltori e operatori della filiera lattiero casearia italiana, relativamente alla crisi del prezzo del latte, chiedono un commissario ad acta e un maggiore coinvolgimento operativo delle Regioni nel rapporto con l’Unione europea. Sono queste le linee emerse da un campione di quasi 200 addetti ai lavori, per lo più allevatori, che hanno risposto al sondaggio online organizzato dalla Fazi – Fiera Agricola Zootecnica Italiana, che ha chiuso i battenti della 88ª edizione con 38mila visitatori.

In questa fase, con i contratti di conferimento del latte in scadenza il prossimo 29 febbraio, e i prezzi a 30 €/100 kg per la materia prima italiana (fonte: borse merci di Lodi e Verona, dato Clal) e a 24,75 €/100 kg per la provenienza estera (23 €/100 kg il latte francese), la sfiducia degli allevatori è massima, al punto che il 71,2% delle risposte è favorevole all’intervento di un commissario per gestire la crisi. Più di 2 persone su 3.

Per quanto riguarda l’eventuale Fondo di solidarietà, strumento costituito per sostenere il comparto in crisi, il settore chiede che a contribuire siano sì gli allevatori, ma anche gli altri soggetti della filiera. Così, se il 36,2%, più di 1 su 3, pensa che il contributo al Fondo di solidarietà debba essere versato solo dai produttori, vi è un 6,1% che chiede l’intervento sia degli allevatori che dell’industria di trasformazione, mentre la maggioranza (57,7%) pensa che a rimpinguare le casse del Fondo di solidarietà debbano essere allevatori, trasformatori e grande distribuzione organizzata.

Ma come è andata l’edizione 2016 della Fiera di Montichairi, oltre all’ottimo risultato dei 38mila visitatori? Secondo gli organizzatori, “si conferma la più importante rassegna della Lombardia dedicata al comparto primario nel primo semestre del 2016, grazie ai 450 espositori e allevatori presenti e all’offerta trasversale che abbraccia la meccanica, la zootecnia, le energie rinnovabili, gli agrofarmaci e la convegnistica tecnica e dedicata alle specificità del territorio”.

Ha commentato il presidente del Centro Fiera di Montichiari, Germano Giancarli: «Siamo soddisfatti per le presenze e per un approccio del mondo agricolo più attento all’innovazione, alla sostenibilità e all’economia di scala come strategie efficaci per uscire da una fase congiunturale tutt’altro che esaltante. Montichiari si conferma un polo di eccellenza dal punto di vista espositivo, con l’obiettivo appunto di accompagnare nella ripresa l’agricoltura. Non possiamo nascondere che ci siano alcuni comparti in difficoltà, ma ricerca e voglia di innovare si sono dimostrate più forti, veri driver per uscire dalla crisi».

La zootecnia rimane il cuore della manifestazione, che accanto alle mostre interprovinciali del Winter Show (nella foto la premiazione), in questa edizione ha conquistato i visitatori con le mostre equine, avicole e cunicole. Una conferma della tradizione dell’allevamento che distingue l’agricoltura italiana.

Ma «a calamitare l’attenzione in questi tre giorni di confronti e di interessante presenza fra gli stand – ha rilevato il direttore del Centro Fiera di Montichiari, Ezio Zorzi – è stata indubbiamente la crisi che sta attraversando il comparto lattiero caseario. Se ne è parlato alla Fazi e si è avvertita sia la preoccupazione dei produttori che la volontà della politica regionale ad attivare strumenti idonei per valorizzare la destinazione del latte a formaggi Dop quale soluzione percorribile per assecondare un percorso di crescita».

Il convegno di IZ e Nova

La parola d’ordine del 2016 alla Fazi è stata «innovazione», vista come elemento per assicurare la continuazione dell’attività agricola. D’altra parte questo è stato anche il tema del convegno organizzato in fiera dall’Informatore Zootecnico e da Nova (Edagricole).

A questo convegno è intervenuto l’assessore Agricoltura della Regione Lombardia, Gianni Fava, che fra l’altro ha detto: “Sul latte la nostra linea è sempre la stessa: non vogliamo intervenire sul prezzo, perché lo fa il mercato, ma chiediamo che le oscillazioni del prodotto siano legate dalle oscillazioni del valore trasformato, perché se lo agganciamo ai valori europei non saremo mai competitivi”.

“Purtroppo da mesi – ha aggiunto l’assessore – assistiamo alle dichiarazioni di qualche improvvisato che va dicendo che va tutto bene. Invece, va peggio di prima. Trovo assolutamente inaccettabile e iniquo che, a fronte di un apprezzamento dei formaggi Dop, sia corrisposto un calo del valore della materia prima. Perché questa è una distorsione del mercato, a danno degli allevatori che non riescono a sopravvivere, per una disarticolazione della redditività all’interno della filiera”.

“Il mercato è libero se le regole vengono rispettate, mentre oggi siamo nella fase del mercato selvaggio – ha proseguito Fava, di fronte a una platea numerosa di allevatori, agronomi e studenti e nutrizionisti -. Non è dicendo che è obbligatoria la contrattualistica che si risolve il problema del prezzo, perché, paradossalmente in questa fase è un boomerang, dal momento che costringe gli allevatori a firmare quanto di fatto unilateralmente l’industria propone. Siamo arrivati addirittura a differenziare il pagamento della materia prima con due prezzi, uno legato ai volumi prodotti nell’ultimo anno delle quote e uno legato al valore del latte spot per le eccedenze. Così le aziende muoiono”.

Sul tema dell’innovazione, la Lombardia può contare sul Psr più “ricco” di sempre, con una dote di 1,157 miliardi di euro e una forte attenzione al progresso, con le misure ad esso dedicato, che sono la 1, la 2 e la 16. “Il mio timore è che, perdurando una situazione di crisi – ha spiegato Fava – venga meno lo slancio a investire, dal momento che siamo di fronte a misure in compartecipazione”.

Prima del suo intervento, l’assessore Fava ha consegnato il premio dell’Informatore Zootecnico “Allevatore dell’Anno” a Paolo Faverzani, 24 anni, produttore di latte di Stagno Lombardo (Cremona).

La parola ai produttori di latte presenti in fiera

«Nel 1988 il latte alla stalla veniva pagato 800 lire al litro e il prezzo alla distribuzione il consumatore lo pagava 1.500-1.600 lire. Oggi ci pagano 35-36 centesimi al litro, quando non addirittura 31-32, e il consumatore lo paga 1,60 euro allo scaffale. Qualcosa non torna e non serve un genio della matematica per capirlo».

Fra gli allevatori presenti alla 88ª Fiera Agricola Zootecnica Italiana di Montichiari Roberto Capelletti, 50 anni, una stalla di 450 capi a Covo (Bg) e 50 ettari coltivati, parte dai numeri e non nasconde il proprio malumore. «D’inverno devo fare il norcino come secondo lavoro per mettere i soldi in stalla – dichiara – e ho un’ipoteca sull’azienda, colpa anche delle quote latte che hanno frenato la produzione italiana per 20 anni, per non dire 30».

La curiosità di investire per migliorare la competitività e soprattutto ridurre i costi di produzione si infrange con lo scenario attuale del prezzo del latte. La rabbia è mista alla preoccupazione, perché, ribadisce Capelletti, «in questo momento per il latte non ci sono sbocchi e il contratto di conferimento del latte che ho con Igor Gorgonzola scadrà con il prossimo 31 marzo. E dopo?».

Fra le poche certezze di Capelletti c’è quella che non servirebbe un commissario, basterebbe un cambio radicale di strategia nella gestione dell’intera vicenda, che va ben oltre il prezzo del latte. «Credo che abbia ragione l’assessore Fava – prosegue Capelletti -: siano le Regioni che producono il latte a confrontarsi con l’Unione europea, mica lo Stato, che deve mediare con altre situazioni che non riguardano la filiera lattiero casearia. Anche se, a dirla tutta, fra la Brexit e il Trattato di Schengen che fra un po’ salterà in aria, non so che cosa rimarrà di questa Europa».

Chi tronca la conversazione sul nascere è Angiolino Bolentini, 50 anni, allevatore di Leno (Bs) con 150 animali e 65 ettari coltivati. «Non mi chieda del prezzo, perché è uno schifo – taglia corto – al di sotto dei costi di produzione alla stalla, nonostante le materie prime non siano rincarate. Tuttavia, le prospettive future non sono certo positive». L’azienda Bolentini conferisce il latte a un caseificio bresciano che produce mozzarella e formaggi freschi. «Alcuni miei colleghi sono già stati contattati dalla struttura, perché con il prossimo marzo diminuiranno il prezzo pagato alla stalla – avverte – e mi aspetto che fra un po’ lo diranno anche a me».

il sentimento è di rammarico, per una vita spesa a lavorare in un’attività che richiede molta passione e che impegna moltissimo, quotidianamente. «Eppure, arriviamo a fine mese e siamo sempre in bolletta – ammette – e a volte siamo costretti a rimandare i pagamenti ai fornitori, finché non ci pagano il latte o non arrivano i soldi della Pac. Ma è una follia ammazzarsi di lavoro tutti i giorni e dover ricorrere ai fondi della Pac per poter chiudere i buchi».

Non è facile. «Voglio comunque trasmettere a mio figlio, che ha 21 anni e lavora con noi in azienda, un po’ di positività per andare avanti, perché rimane un lavoro bellissimo», assicura Bolentini.

Fabio Oneda, allevatore di Leno (Bs), 50 anni e circa 100 capi in stalla, oltre a 30 ettari coltivati, parla da una posizione per ora più tranquilla. «Conferisco il mio latte a Granarolo – spiega – e fino a fine marzo il prezzo di conferimento è di 37 centesimi. Non so quale sarà il pagamento da aprile, ma rispetto alle situazioni che ci sono qui non sono certo fra quelli messi peggio». Tutto questo, però, non basta. «In questa situazione chi ha investito è più in difficoltà – dice Oneda – soprattutto per l’incertezza del futuro, visto che secondo gli americani una ripresa vera si avrà solo con la fine del 2017».

Mistero totale sul contratto del latte. «Chi andrà a trattare? Anche perché sembra che l’orientamento dell’industria di trasformazione sia quello di stipulare accordi con i singoli allevatori – racconta -. Credo che la situazione sia al collasso in Italia e in Europa e che anche la possibilità di stoccaggio non porti a grandi risultati, vista la mancanza di spazio. Dove andremo a mettere il burro o il formaggio?».

Porta sulla spalle il peso di un comparto zootecnico totalmente in apnea Emanuele Fumagalli, 30 anni, di Bottanuco (Bg). «Oltre a 250 bovine da latte alleviamo anche suini e bovini da carne – specifica – ma la situazione è pensate per tutti i comparti. Un vero disastro, non sappiamo per quanto potremo andare avanti».

La soluzione? «Servirebbe secondo me l’etichettatura d’origine – sostiene – perché non si sa quanto latte proveniente dall’estero poi si trasforma magicamente in italiano dopo l’ultima lavorazione».

Bocciato sonoramente il Fondo di solidarietà. «Ora come ora chiedere denaro agli allevatori è come chiederli a un senzatetto, la stessa cosa – dice Fumagalli – ma vi assicuro che prima di morire lotteremo duramente, perché ci sentiamo totalmente abbandonati dallo Stato».

Preoccupato per il futuro anche il diciottenne Stefano Saccomandi, che lavora in un’azienda agricola a indirizzo lattiero a Brugherio, area Monza-Brianza. «La situazione è drammatica – dice – e soprattutto non governata, perché il prezzo del latte è inferiore ai costi di produzione, le importazioni senza una etichettatura mancano di trasparenza e le imprese sono in affanno, alcune di queste a rischio chiusura». Nessuna timidezza per il giovane coadiuvante: «La filiera deve ragionare sull’obiettivo della propria sopravvivenza e il settore del latte deve essere sfilato da Roma per essere gestito sull’asse Regioni produttrici-Europa. Non possiamo tollerare che l’industria applichi due prezzi, come è capitato a noi, uno per il latte prodotto nel rispetto della quota di produzione al 31 marzo 2015, che oggi non esiste più, e un listino da latte spot per una eventuale produzione superiore».

 

L’articolo completo è pubblicato su Informatore Zootecnico n. 4/2016

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