DOSSIER ALIMENTAZIONE BOVINA DA LATTE –

Le ultime acquisizioni della ricerca per questi due alimenti secondo Andrea Formigoni (Università di Bologna) e Francesco Masoero (Cattolica di Piacenza)

Fibra e amido. Così nel razionamento

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La fibra e l’amido: due componenti fondamentali del razionamento delle bovine lattifere. E non mancano per queste nuove acquisizioni provenienti dal mondo della ricerca, come è emerso lo scorso 8 aprile, presso la fiera di Reggio Emilia, al convegno “La scelta degli alimenti per la vacca da latte, effetti sulla qualità del latte e la redditività dell’allevamento”, dove diversi esperti hanno fatto il punto su alcuni aspetti rilevanti nella nutrizione della bovina da latte. Il progetto del convegno è frutto del lavoro congiunto di Emilcap e di Crpa (Centro ricerche produzioni animali, di Reggio Emilia), strutture molto attente alle esigenze degli allevatori e alla loro necessità di informazioni tecniche.

 

In quest’articolo vengono riassunti i concetti e i dati emersi dalle relazioni dei professori Andrea Formigoni, dell’Università di Bologna, che si è concentrato sul ruolo della fibra, e Francesco Masoero, Università di Piacenza, che ha approfondito la funzione dell’amido. Entrambi hanno chiaramente illustrato quello che sta emergendo dalla ricerca su questi due parametri dell’alimentazione delle bovine da latte.

A cosa serve la fibra

 

La fibra costituisce le pareti cellulari dei vegetali e svolge principalmente un compito di sostegno per le piante. Dal punto di vista nutrizionale occupa spazio nell’apparato digerente più di qualsiasi altra sostanza perché è scarsamente digeribile; oppure è del tutto indigeribile, come avviene per l’uomo.

 

La fibra è necessaria alle bovine per svolgere l’attività digestiva come ad esempio la masticazione, la ruminazione, la motilità del rumine e dell’intestino e per prevenire alcune turbe sanitarie.

 

Dal punto di vista nutrizionale ha la funzione di apportare zuccheri (glucidi). E’ inoltre collegata al mantenimento delle caratteristiche qualitative del latte e alla sua attitudine casearia: è nota la relazione tra quantità e qualità della fibra e contenuto di grasso nel latte.

 

Come suggerimento pratico per gli allevatori si può tranquillamente dire che nelle bovine da latte almeno i due terzi delle fibre devono essere apportati da foraggi, per mantenere in salute gli animali e ottenere buone produzioni zootecniche.

 

Le fibre influenzano la qualità dei formaggi, per esempio è nota la stretta relazione tra la qualità dei foraggi e il contenuto in clostridi, sporigeni o di batteri mesofili lattici che danno le caratteristiche di tipicità dei formaggi.

 

Considerata l’importanza della fibra nell’alimentazione delle bovine lattifere, è opportuno mettere a fuoco le caratteristiche ottimali dei foraggi che sono alla base dell’alimentazione delle bovine da latte.

 

La fibra è un insieme di sostanze eterogeneo, a degradabilità ruminale e digeribilità intestinale molto variabili che costituiscono le pareti vegetali. Naturalmente le pareti vegetali sono formate da una parte strutturale e dal contenuto cellulare.

 

Secondo lo schema di Van Soest, le pareti vegetali comprendono elementi strutturali (lignina) e altre che sfuggono all’analisi tradizionale NDF (analisi ancora fondamentale per determinare le componenti della fibra degli alimenti,). Tutte queste sostanze, che nel loro insieme prendono il nome di carboidrati diversi dagli amidi solubili, o NSPs secondo la terminologia statunitense, sono componenti molto importanti in taluni foraggi e lo sono in modo speciale in quelli molto giovani e nelle leguminose; queste ultime spesso sono trascurate nel razionamento, ma possono rappresentare sino al 10-12% della sostanza secca (vedi figura 1).

Le componenti della fibra

 

Peptine e glucani: frazioni solubili che fermentano rapidamente nel rumine (anche se non tutte lo fanno), giungono nell’intestino e nel piccolo intestino possono funzionare come fattori antinutrizionali, riducendo la digeribilità di prodotti potenzialmente digeribili, portandoli di conseguenza nel grosso intestino.

 

Cellulosa: è una frazione insolubile in acqua e ha la stessa struttura dell’amido. Se è digeribile e ha la stessa digeribilità dell’amido, fornisce la stessa quantità di energia dell’amido con un vantaggio non marginale, infatti al termine della sua digestione non produce acido lattico, per cui il rischio di forte abbassamento di pH del rumine è molto più basso rispetto a quello dell’amido.

 

Emicellulose: sono molto rapidamente fermentabili, con funzioni di legame tra cellulosa e lignina.

 

Lignina: non è un polisaccaride ma è una sostanza chimica molto complessa che aderisce alla cellulosa. Parte di questi legami sono cosi stretti da rendere indigeribili le emicellulose e la cellulosa a esse legate, solo i funghi presenti nel rumine possono agire migliorando la liberazione di sostanza collegate alla lignina.

Terminologia

 

Quando si tratta di fibra, è opportuno considerare il parametro descritto con l’acronimo NDF, sempre presente nelle analisi effettuate su foraggi (fieni e insilati), e che fornisce utili indicazioni:

 

– NDF indica la stima del contenuto di emicellulose, cellulosa e lignina;

 

– ADF indica la stima del contenuto in cellulosa e lignina;

 

– ADL indica la stima del contenuto in lignina.

 

Quindi:

 

– NDF – ADF = emicellulose;

 

– ADF – ADL = stima del contenuto in cellulosa.

 

Si veda anche la figura 2.

Degradabilità della fibra

 

Le fibre dei foraggi hanno degradabilità variabile, pertanto è opportuno domandarsi quanta fibra è realmente degradabile, come sia possibile stimarne la degradabilità, infine come si possa immaginare che la fibra sia degradata nel rumine.

 

Più in generale si può dire che nel rumine la fibra può essere degradata o può non essere degradata, per questo si sono definite due grandi categorie:

 

– La fibra potenzialmente degradabile: pd-NDF

 

– La fibra indegradabile: U-NDF

 

La componente U-NDF comprende lignina e tutti i composti legati alla lignina.

 

Fino a pochi anni fa si pensava che determinando analiticamente la lignina, e moltiplicandone il valore riscontrato all’analisi per il coefficiente numerico 2,4 , fosse possibile ottenere una stima della quantità di fibra indigeribile. Purtroppo le cose sono un po’ più complesse, infatti studi recenti dimostrano che la quota di fibra indegradabile varia e non è possibile stimarla correttamente partendo dal semplice contenuto in lignina. Le differenze possono essere molto grandi e dipendono da vari fattori, tra i quali i più importanti sono la genetica della pianta, le condizioni agronomiche in cui la pianta si è sviluppata e le condizioni ambientali.

 

Nella crusca ad esempio il valore di lignina va moltiplicato per 2,63, mentre per le buccette di soia e le polpe la lignina non compromette nulla per cui il fattore di correzione è 1, per la medica i valori riscontrati si avvicinano a quello indicato da Van Soest (2,4). Si veda anche la tabella 1.

 

Osservando più attentamente il comportamento del fieno di medica si nota che il momento dello sfalcio è estremamente importante: infatti se la medica è sfalciata molto giovane il valore per il quale moltiplicare il dato della lignina è uguale a 2, mentre in quella raccolta più tardi arriva a 2,39.

 

Per quanto riguarda le graminacee il valore di moltiplicazione è ben più alto. Questo significa che ad esempio l’insilato di mais ha una quota di fibra indegradabile nettamente superiore a quella di una medica giovane.

 

Altra cosa da evidenziare è che Il dato medio non ha alcun significato perché la variabilità è elevata, così si spiega il motivo per il quale ci possono essere differenze di produzione anche di un kg di latte prodotto dalle bovine a seconda del tipo di foraggio apportato in razione.

 

A questo punto è evidente che il dato di U-NDF diventerà in futuro un numero importante per stimare la risposta degli animali all’apporto alimentare di foraggi diversi.

Velocità di fermentazione

 

Con dinamica di fermentazione delle fibre si intende la velocità con cui la fibra potenzialmente degradabile viene realmente degradata dai batteri nel rumine o digerita nell’intestino. Questa velocità si esprime con una costante di degradazione oraria in % (Kd % / ora).

 

Se ad esempio abbiamo un Kd pari a 5% all’ora significa che ogni ora viene degradato il 5% della fibra potenzialmente degradabile, quindi la prima ora è il 5% dell’ingerito, la seconda ora il 5% del 95% rimasto e cosi per le successive ore.

 

Si parla di fibra potenzialmente degradabile perché la fibra nel rumine non rimane per un tempo infinito, ma in funzione di diversi fattori sfugge dal rumine in tempi più o meno veloci, quindi non tutta quella potenzialmente degradabile viene utilizzata.

 

Le fibre hanno Kd nettamente diversi:

 

– le fibre solubili degradano molto velocemente;

 

– le emicellulose velocemente, ma molto meno delle fibre solubili;

 

– la cellulosa è degradata molto più lentamente;

 

– la lignina non è degradata.

 

Questo significa che se nelle pareti cellulari vegetali abbiamo quantità elevate di NSP (non starch polysaccharide) possiamo attenderci una disponibilità elevata di energia rispetto ad altre ricche in cellulosa specie se incrostata di lignina.

 

La digeribilità e il Kd forniscono una serie di informazioni molto utili, vedi figura 3.

Nel rumine

 

Il rumine è il sistema più specializzato che si conosca per utilizzare la fibra, per questo è legittimo attendersi che il rumine sia capace di utilizzare la maggior quantità di fibra presente nei foraggi.

 

Nel rumine la fibra è trattenuta per 45 / 50 ore, e quando il rumine è nelle condizioni ideali, cioè con alimentazioni costituite in massima parte da foraggi (razioni per manze e asciutte), oltre il 90% della fibra potenzialmente digeribile è realmente utilizzato.

 

Aumentando le quantità di concentrati nella razione si modificano le condizioni ruminali, che diventano meno idonee alla digestione della fibra, quindi la quota di fibra potenzialmente degradabile utilizzata tende a diminuire, ma rimane comunque a valori alti (circa 70%). Per questo motivo il fieno di qualità modesta può essere impiegato proficuamente nelle razioni per manze o asciutte, perché le condizioni del rumine di questi animali migliora la capacità di utilizzare la fibra potenzialmente digeribile rispetto alle bovine in produzione.

La masticazione

 

La digestione è aiutata dalla masticazione del foraggio, perché i denti frantumando e riducendo le dimensioni della fibra la rendono fine e facilitano l’attività dei microorganismi batterici, per cui ogni fattore che facilita la masticazione ha un effetto positivo sulla digestione della fibra.

 

La masticazione è fortemente influenzata dalla resistenza alla frantumazione; quando s’inserisce paglia in razione, le bovine mostrano un’attività masticatoria nettamente superiore rispetto a quando è presente solo fieno di medica ricca di foglie; la medica è più friabile quindi non ci sono ragioni per masticare a lungo.

Come avviene la digestione della fibra

 

La digestione batterica avviene dal centro della cellula vegetale, perché i batteri iniziano a “mangiare” dalla parte più semplice, costituita dalla parete secondaria: questa è molto ricca di fibre solubili, di emicellulose e molto meno ricca di cellulosa che invece si concentra nella parete primaria rafforzata dalla lignina. Si veda anche la figura 4.

 

Nella cellula vegetale, durante il processo digestivo, si accumulano progressivamente le parti indigeribili; all’inizio nel foraggio si ha una grande quantità di fibra potenzialmente degradabile e una piccola quantità di fibra indigeribile legata alla lignina, poi con il passare del tempo diminuisce la quota di fibra potenzialmente digeribile e aumenta quella legata alla lignina. Il peso della particella si modifica, diminuisce la parte fermentabile e aumenta quella legata alla lignina.

 

Che conseguenze ci sono nel rumine? La parte di foraggio assunta dall’animale arriva nel rumine, si imbibisce e ritorna alla bocca dove comincia la masticazione, con la conseguente riduzione dimensionale delle particelle, cosa che facilita l’attacco dei batteri principalmente all’interno della cellula.

 

I batteri iniziano le fermentazioni, producono gas e ottengono l’energia necessaria per il proprio metabolismo e per la moltiplicazione.

 

La particella di fibra, per le dimensioni e soprattutto per il contenuto in gas prodotti dalle fermentazioni, tende a galleggiare nel liquido ruminale verso la parte del cosiddetto “materasso” (la parte più alta del rumine). Mentre avanza il processo fermentativo si accumulano le parti pesanti, legate alla lignina, e la particella diventa sempre più pesante; verrà prodotto sempre meno gas per la progressiva carenza di sostanze da fermentare finché si arriva a un pool di fibra indigeribile che non può essere fermentato avente un peso specifico elevato che esce dal rumine.

 

Le conseguenze sono molto interessanti dal punto di vista pratico.

 

Se un foraggio è difficile da masticare ed è poco fermentescibile (paglia o fieno particolarmente lignificato specie se di graminacee), continuerà a galleggiare nel rumine fino a che i denti saranno in grado di sminuzzarlo per consentire un adeguato attacco batterico; quindi sarà trattenuto a lungo nel rumine perché è necessario molto tempo per arrivare alla condizione descritta prima per uscire dal rumine.

 

In caso contrario, quando si usa un foraggio friabile e particolarmente fermentescibile, nel quale la fibra è decisamente e rapidamente degradabile, i tempi di permanenza nel rumine sono ridotti perché è minore la necessità di masticazione e soprattutto perché i batteri agiscono velocemente per raggiungere le condizioni necessarie alla particella per fuoriuscire dal rumine.

 

La quota residua indigeribile sfuggirà dal rumine in tempi brevi.

 

Questo avviene quando s’inseriscono in razione delle graminacee lignificate rispetto a fieni di medica anche nel caso in cui la medica è apparentemente più lignificata (quindi in teoria più ricca di foraggio indigeribile).

 

La differenza sostanziale sta nel fatto che la medica è più friabile, per cui è più velocemente degradabile ed esce dal rumine più velocemente. Come risultato finale aumenta l’ingestione di sostanza secca.

 

Se l’obiettivo è passare da una produzione di 30 kg / capo / giorno a 40 kg di produzione media, lo strumento più efficace è adottare ogni mezzo possibile per far mangiare di più gli animali, senza scordare che è necessario mantenere una quota importante di foraggi in razione per salvaguardare la salute delle bovine.

 

E’ importante fare in modo che i foraggi seguano un percorso veloce all’interno del rumine senza penalizzare la digeribilità della fibra. I foraggi dotati di fibra potenzialmente degradabile veloce e non legata a lignina liberano velocemente spazio nel rumine e chiedono tempi di masticazione più brevi mentre i foraggi ricchi di fibra potenzialmente degradabile lenta e legata alla lignina sono trattenuti più a lungo, quindi ingombrano per più tempo il rumine.

 

La dimensione del foraggio è, nei confronti dell’ingombro ruminale, molto meno importante della velocità di degradazione perché la dimensione è ridotta dai denti. In otto / dieci ore il foraggio raggiunge, in ogni caso, dimensioni di circa un millimetro, quindi ciò che cambia veramente è la velocità di degradazione della fibra.

 

La digeribilità sposta di ottanta / cento minuti la masticazione. La paglia anche se macinata finissima mantiene inalterata l’efficacia di masticazione, quindi, se all’interno di una razione si ha carenza di attività ruminativa, sono sufficienti poche centinaia di grammi di paglia, anche corta, per ottenere l’effetto dietetico desiderato.

 

Quando i foraggi sono dotati di fibra rapidamente digeribile si ottiene la massima ingestione di sostanza secca e di energia; si può quindi produrre più latte di alta qualità utilizzando più mangimi formulati in modo adeguato, se abbiamo animali ad alta produzione ad inizio lattazione, oppure risparmiare mangimi in funzione delle condizioni ambientali (se operiamo in estate oppure in inverno) o delle esigenze economiche aziendali.

 

Bisogna ricordare che un punto di digeribilità in più porta a un aumento d’ingestione di 170 g di sostanza secca e a una produzione superiore di circa 250 grammi di latte (Oba e Allen).

 

In una recente prova ancora non terminata, le bovine che ricevevano fieno di medica con fibra ad alta digeribilità, in una razione con una quantità di foraggi elevata, a parità di NDF, hanno evidenziato un’ingestione maggiore di 3 kg rispetto ad altre alimentate con foraggi meno digeribili e la produzione di latte di questo gruppo di bovine è aumentata in modo significativo.

Maggiore ingestione, maggiore produzione di latte

 

Le valutazioni sanitarie sono anch’esse molto interessanti , le bovine che assumevano il 57% di foraggi nella razione hanno mediamente un valore di pH ruminale superiore a quello delle bovine che assumevano altre razioni, ma soprattutto le ore nelle quali il pH era sotto a 5,5 erano meno della metà di tutte le altre tesi.

 

Foraggi di alta qualità innescano un circolo virtuoso, si possono usare in quantità superiori e ne beneficia la salute degli animali.

 

Formigoni ha poi messo a fuoco tre fattori che influenzano la qualità e l’uso efficiente dei foraggi:

 

– criteri di stoccaggio;

 

– caratterizzazione analitica;

 

– precisione di utilizzo.

L’epoca di sfalcio

 

Per produrre un foraggio di ottima qualità è fondamentale scegliere accuratamente il momento dello sfalcio. I dati dicono che quando si lavora con piante di medica che mediamente hanno 20 / 25 giorni si hanno valori nutrizionali ideali, quelli che si vorrebbe sempre avere in stalla.

 

Un lavoro di ricerca effettuato da CRPA su un numero consistente di aziende, dimostra che purtroppo i foraggi hanno una qualità mediamente molto più bassa; il primo fattore che incide negativamente sulle caratteristiche dei foraggi è l’età allo sfalcio. Nelle nostre zone il periodo di sfalcio medio è di 35 giorni ed oltre.

 

La medica raggiunge il punto ottimale di maturazione in un determinato momento, ma quel punto sfuma molto rapidamente specie se c’è caldo, se non c’è acqua e se c’è alta intensità luminosa; quando arriva il momento giusto è necessario sfalciare tutto molto rapidamente se non vogliamo correre il rischio di peggiorare significativamente la qualità dei foraggi.

 

I dati lo dimostrano. Infatti in una prova effettuata a Pegognaga, in provincia di Mantova (vedi tabella 2), si è visto che il primo sfalcio effettuato il 5 di maggio (temperatura massima nel mese precedente lo sfalcio 18,0 °C e minima 2,6 °C), era perfetto (Kd =5).

 

Poi ha iniziato a piovere e sono stati necessari quarantuno giorni per il successivo sfalcio; anche in questo caso non c’è stato un grande problema perché la pianta si è trovata in una situazione ambientale che non le ha consentito di maturare velocemente.

 

Nei successivi sfalci, in luglio ed in agosto, si è operato a 21 e a 24 giorni. Se si fossero attesi trenta o addirittura 40 giorni non si sarebbero ottenuti i valori di kd riscontrati.

 

Bisogna poi sfalciare in funzione della maturità della medica: il momento in cui raccogliere non è quello della fioritura, ma molto prima, quando compaiono le gemme.

Modalità di raccolta
della medica

 

Un altro principio importante è sfalciare a 7 cm da terra, e non a 4 cm, per ottenere un fieno a basso titolo di ceneri e per essere in grado di sfalciare tutto in pochissimi giorni.

 

Se si vuole migliorare la qualità del fieno è indispensabile anche ripensare ai cantieri di lavoro.

 

La medica è composta da steli e foglie, le foglie sono “mangime”, mentre gli steli sono appunto steli analoghi come caratteristiche alle graminacee. E’ molto semplice sapere con esattezza quante foglie ci sono e quanti steli ci sono, è sufficiente fare il titolo proteico: se il fieno di medica ha il 23 / 24% di proteine si può immaginare che ci sia circa il 60% di foglie, se però le proteine scendono al 16% ed è medica pura, cioè il rapporto ADF/ NDF è 0,80, vuol dire che è stato lasciato in campo il 50% delle foglie.

 

Nel primo caso con un chilo di fieno si apportano 600 grammi di concentrato e 400 grammi di fibra, mentre nel secondo caso si ha esattamente l’opposto. E’ sempre un kg di fieno, ma l’effetto per gli animali è completamente diverso.

 

Per ottenere più foglie è necessario sfalciare piante più giovani perché si hanno foglie meno fragili e una minor caduta delle foglie basali.

Somministrazione del foraggio

 

Fornire foraggio ad altissima qualità a bovine con bassa produzione consente di risparmiare mangime ma non permette di fare più latte; se invece lo si riserva a vacche nella prima fase di lattazione si ottiene il massimo rendimento.

 

Non si può pensare che il foraggio dell’anno sia sempre perfetto, per questo è opportuno che il foraggio di alta qualità sia riservato alle bovine nei primi 4 mesi di lattazione ; è dimostrato che in questo modo si ottiene la massima resa produttiva per le bovine ad alta produzione.

 

E’ utile imparare a segmentare la produzione in funzione della qualità.

 

I foraggi migliori, e quindi più digeribili, devono essere a disposizione anche delle bovine in transizione, perché hanno le stesse esigenze degli animali che si trovano nella fase crescente della curva di lattazione, mentre manze e bovine “avanti” sono nelle condizioni ideali per utilizzare foraggi caratterizzati da una bassa digeribilità della fibra.

 

Un suggerimento per valorizzare i foraggi è produrre meglio e suddividere l’azienda in aree omogenee, registrare la data dello sfalcio, i tempi di raccolta e la produzione, mettere centraline per registrare le temperature diurne e notturne e la piovosità, e se possibile un registratore di umidità del terreno per irrigare solo quando è necessario.

 

Marcare il foraggio entrando nella logica dei lotti e metterlo a magazzino in modo di poterlo utilizzare quando è necessario.

 

Le analisi vanno fatte presto ed almeno tre o quattro per lotto per conoscere per tempo quello che si ha nel fienile e come programmare il razionamento, e se possibile non limitarsi alle determinazioni classiche, oggi infatti si ha la possibilità di determinare l’U-NDF che fornisce informazioni molto importanti al nutrizionista.

 

Quando il fieno ha una qualità bassa, è consigliabile trinciarlo più corto, per risparmiare circa un’ora di masticazione degli animali ed ingombrare meno il rumine.

 

Questo è il motivo per cui se nel comparto del parmigiano reggiano si passa da un unifeed trinciato lungo con acqua ad un altro, a secco, trinciato fine si ottiene un’ingestione di sostanza secca, a parità di condizioni, superiore del 15%.

 

È opportuno fare in modo che i foraggi non scendano mai al di sotto del 50% della sostanza secca della razione; in generale, è consigliabile mantenere rapporti 1:1 tra leguminose e graminacee, perché sono foraggi che hanno un comportamento completamente diverso nelle razioni.

 

Naturalmente non è sufficiente miscelare con accuratezza gli alimenti nel carro unifeed , ma è determinante la loro gestione in greppia. Infatti è importante avvicinare l’unifeed in mangiatoia non meno di 3 / 5 volte al giorno perché se il rumine non lavora stabilmente, la fibra non è degradata in modo completo. Infine assicurarsi che i residui in mangiatoia non siano inferiori al 5-6 % di quanto distribuito per avere conferma che gli animali abbiamo avuto l’unifeed a disposizione per tutto il giorno.

 

È utile mettere a disposizione delle bovine fieno lungo. Invece di lasciare il fieno ai capi della greppia si è provato con ottimi risultati ad aggiungere, alla fine della miscelazione, del fieno lungo (circa 1,5 kg) nell’unifeed e a distribuirlo in mangiatoia perché le bovine siano più comode di scegliere se alimentarsi con fieno lungo o fieno corto.

 

I foraggi di cattiva qualità hanno un’altra conseguenza negativa, per essere ingeriti infatti richiedono che le bovine rimangano in piedi più a lungo, purtroppo più tempo gli animali restano in piedi e meno latte producono.

I mangimi 

 

In stagioni caratterizzate da fieni di cattiva qualità, come devono essere formulati i mangimi? Il mangime, ha continuato Formigoni al convegno di Reggio Emilia, «dovrebbe essere un contenitore di quello che non ci può essere nella razione di base. I mangimi non devono sostituire i foraggi, ma integrarli».

 

E cosa manca in un foraggio di scarsa qualità?

 

Fibre insolubili digeribili e leggere, fibre solubili leggere, mancano zuccheri che dovranno essere integrati, ed acidi organici che hanno un ruolo di indirizzo della flora ruminale (il 5-6% della sostanza secca dei foraggi è costituita da acidi organici). Vedi anche tabella 3.

 

Vi sono differenze significative anche nei minerali, è dimostrato che non si ha la stessa biodisponibilità di potassio o di calcio in un foraggio digeribile rispetto ad un altro non digeribile. Il mangime dovrà inevitabilmente tenere conto di tutte queste situazioni.

 

Anche le razioni non possono essere uguali tra gli anni e tra le stagioni, perché il cinquanta per cento della razione cambia in modo determinante.

 

Le materie prime che costituiscono i mangimi (crusca e buccette ad esempio) sono sempre le stesse, ma la scelta di sottoporle a trattamenti tecnologici cambia il loro comportamento nel tratto digestivo delle bovine, ad esempio l’espansione o l’estrusione le rende più leggere e permette che rimangano per più tempo nel rumine. Anche la forma fisica ne condiziona il comportamento ruminale, infatti la fibra della crusca a foglia larga ha un andamento diverso rispetto a quello della crusca in pellet; la conoscenza delle diverse dinamiche aiuta a ridurre la quota di fibra che sfugge nell’intestino soprattutto di quella fibra che può dare fastidio.

 

E’ il caso delle fibre solubili che se sfuggono al rumine ed arrivano all’intestino creando i problemi come feci molli ed indigerite. In questi casi non c’entra nulla l’amido, nemmeno quello dell’orzo.

 

In conclusione appare evidente che in futuro, per impostare correttamente i piani alimentari, non ci si potrà limitare a parametri generici come fibra o amido, ma sarà necessario adottare una lista molto lunga di substrati per le fermentazioni dei batteri ed anche di sostanze che aiutino il buon risultato finale delle razioni lavorando meglio sul rumine e sull’intestino.

Il ruolo dell’amido

 

Fin qui il professor Formigoni. La relazione del professor Francesco Masoero, della Cattolica di Piacenza, si è incentrata invece sul ruolo dell’amido e sui metodi per valutarne i parametri all’interno di razioni per bovine da latte.

 

Il concetto di amido è noto anche se è necessario definire meglio i componenti genericamente identificati come amidi, che ad oggi danno poche indicazioni pratiche per il razionamento. I primi lavori che hanno iniziato a fare luce su questo importante alimento sono di Sniffen e di altri autori di scuola americana, i quali hanno ne hanno definito le caratteristiche e il bilanciamento, la disponibilità, la degradabilità e la digeribilità e hanno formulato ipotesi di indicatori precisi per le quantità di amido fermentescibile nel rumine.

Fermentescibilità dell’amido

 

Contrariamente a quanto avviene per la fibra che è digerita nel rumine, l’amido si digerisce nel rumine e nell’intestino; la quantità di amido digerito dalla bovina varia in funzione di numerosi fattori, per esempio quando cambiano la velocità di transito e le percentuali di concentrati nella dieta, si modificano le dinamiche con cui le frazioni di amido vengono digerite nel rumine e nell’intestino.

 

L’obiettivo è comprendere come all’aumentare della digeribilità totale cambia la risposta degli animali, sapendo che più aumenta la digeribilità più aumenta la produzione di latte.

 

Luiz Felipe Ferraretto, ricercatore della Università del Wisconsin (Usa), ha sviluppato un’equazione (vedi tabella 4) con la quale, partendo dalla percentuale di amido presente nelle feci si può risalire alla digeribilità delle fonti di amido (Ferraretto & Shaver , 2012, The professional animal scientist).

 

La digeribilità totale dell’amido può arrivare sino al 96 – 97 %, però molto spesso però a livelli di amido normali nelle razioni per bovine da latte (24 – 27 %) corrisponde una digeribilità sensibilmente inferiore al 90 % con un evidente peggioramento d’efficienza alimentare.

 

Il primo aspetto di valutazione dell’amido, è stabilirne la quantità trasformata in glucosio ed assorbita nell’intestino o fermentata nel rumine, ma prima ancora identificare il metodo di analisi idoneo.

 

In laboratorio si usa il metodo della degradabilità in vitro entro le sette ore (7HIVS seven hour in vitro degradability). L’amido dopo 19/20 ore viene digerito completamente, a differenza della fibra che richiede tempi molto più lunghi, per questo si è stabilito a livello internazionale che l’incubazione in vitro a 7 ore sia un metodo affidabile per rappresentare la dinamica di fermentazione.

 

Confrontando le curve di fermentazione delle diverse materie prime (figure 5, 6, 7, 8) si ottengono importanti informazioni per il miglioramento delle razioni, infatti l’obiettivo dei nutrizionisti è fornire alimenti che consentano agli animali la disponibilità e la costanza nel tempo di energia fermentescibile per i batteri del rumine.

Fermentazione

 

E’ molto interessante – ha continuato Masoero – vedere le dinamiche di fermentazione delle diverse materie prime, in particolare alcuni andamenti sono del tutto inaspettati come ad esempio quelli che descrivono polpe e mais che hanno un comportamento ruminale del tutto simile.

 

La farina estrazione soia non ha un comportamento particolarmente fermentescibile, va però ricordato che la soia è tostata, quindi ha subito un trattamento termico. Infine il cotone si comporta come un foraggio.

 

Nell’alimentazione delle bovine da latte i prodotti aziendali hanno un ruolo importante, che può rappresentare il cinquanta per cento del totale della sostanza secca ingerita ed oltre; tra questi gli insilati hanno un peso rilevante. Quindi, passando dalle materie prime provenienti dal mercato a quelle prodotte in azienda, possiamo chiederci se l’insilamento, quindi la conservazione per via acida, determina una variazione nella disponibilità o nella degradabilità nel rumine dell’amido degli insilati.

Allegati

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