Faresin: agire sui costi con la pianificazione

Secondo quanto emerso durante una tavola rotonda organizzata recentemente da Faresin Industries, i produttori di latte, per restare sul mercato, devono fare delle scelte sulla base delle potenzialità delle risorse attraverso dati oggettivi attinenti all’azienda e al mercato


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“Il futuro della produzione del latte, incertezze e opportunità” è il titolo della tavola rotonda organizzata recentemente da Faresin Industries, uno dei leader mondiali nella produzione di macchine per l’alimentazione animale e il sollevamento di Breganze (provincia di Vicenza), a cui hanno partecipato oltre un centinaio di allevatori e imprenditori agricoli del territorio. L’incontro si è svolto nello stabilimento “nuova area di sviluppo” dell’azienda vicentina tra macchinari e carri unifeed. Una location originale che ha uno specifico significato come spiega Silvia Faresin, general manager: «Abbiamo deciso di far venire a contatto con la linea produttiva della Faresin i nostri partner, distributori e clienti finali per far vivere loro il processo interno dell’azienda. Per questo nuovo progetto che si chiama “Experience Faresin”, cioè respirare l’esperienza in Faresin, abbiamo deciso di tenere fisso questo show room e avviare una sorta di attività di incoming».

Al fianco dei produttori

Sante Faresin, presidente della Faresin Industries, durante il suo saluto ha sottolineato: «L’attuale situazione di difficoltà che a livello mondiale sta colpendo duramente i produttori di latte bovino è talmente profonda da porre molti punti di domanda sul futuro del settore. La nostra azienda ha deciso di mettersi a fianco dei propri clienti, i produttori di latte, per affrontare la questione con l’intervento di esperti del settore. Dobbiamo aiutare i nostri clienti a capire cosa sta accadendo – ha proseguito il presidente -, cosa è necessario fare e quali cambiamenti apportare all’allevamento per restare sul mercato».

A seguire, sono intervenuti Luciano Bertocchi, responsabile tecnico del gruppo Aia, Igino Andrighetto professore dell’Università di Padova – dipartimento di Medicina animale, produzione e salute (Maps) -, Alessandro Mocellin, presidente delle Latterie vicentine e Augusto Guerriero, presidente della Latteria Lattebusche.

La situazione italiana

Luciano Bertocchi, dopo aver illustrato lo scenario mondiale della produzione del latte che ha evidenziato un calo dei prezzi e dei consumi, ha analizzato la situazione in Italia. «Il tasso di approvvigionamento del latte nel nostro Paese – ha detto – è stato nel 2015 pari al 74,24%, laddove le consegne di latte (bovino, bufalino, ovino, caprino) sono state di 11.755 ton, mentre 8.426.797 ton sono state le importazioni in equivalente latte e 4.347.378 ton le esportazioni in equivalente latte. La produzione di latte in Italia è di circa 10 milioni di tonnellate. Per quanto riguarda le consegne del latte a livello regionale, la Lombardia rappresenta il 43%, segue l’Emilia Romagna con il 16%, il Veneto con il 10% e il Piemonte con il 9%. Nell’analizzare i punti di forza della nostra produzione di latte bovino e derivati si possono evidenziare una serie di fattori – ha continuato Bertocchi – il lattiero caseario è il primo comparto alimentare per fatturato con 14,2 miliardi di euro e rappresenta il 12% del food. Il 92% degli italiani consuma formaggi e l’85% beve latte. A fine 2011 l’Italia ha esportato 282 mila tonnellate di formaggi con un incremento del 57% rispetto al 2001. Trasformiamo circa 450 mila tonnellate di latte in dop, igp e stg. Ciò rappresenta il doppio della Francia e il 56% del totale europeo. Ma i punti di debolezza della nostra produzione di latte bovino e derivati in termini economici – ha aggiunto Luciano Bertocchi – sono la scarsa capacità contrattuale degli allevatori per il prezzo del latte alla stalla, costi di produzione troppo elevati, una certa resistenza al cambiamento e un invecchiamento culturale, oltre alla troppa burocrazia». L’alimentazione degli animali è una delle voci di costo più alte che devono essere analizzate e comprese.

La gestione dell’azienda

II professor Igino Andrighetto ha affrontato il tema della gestione dell’azienda zootecnica per fronteggiare il mercato. A tal proposito ha subito evidenziato che: «La possibilità di vincere le sfide è direttamente proporzionale alla conoscenza delle potenzialità delle proprie risorse e a come poterle adeguatamente utilizzare; di conseguenza è necessario pianificare tutti i processi per minimizzare almeno i costi. Bisogna fare delle scelte sulla base delle potenzialità delle risorse attraverso dati oggettivi attinenti all’azienda e al mercato. Oggi non è più il tempo di dire che si fa in un certo modo perché una volta si faceva così».

La formulazione delle diete

Tra i fattori da analizzare Andrighetto ha evidenziato gli alimenti e il razionamento. «Infatti – ha detto – la formulazione delle diete è legata un sistema di razionamento fisso che inserisce i soliti elementi. Si coltivano i campi con colture non sempre in grado di massimizzare lo sfruttamento dei terreni e si acquistano alimenti in alcuni casi obbligati anche se costosi».

Uno studio dell’Università di Piacenza ha evidenziato che le razioni possono cambiare in funzione di esigenze aziendali, della situazione ambientale e climatica. Ci sono quindi diete diverse nel mondo ma la migliore è quella più consona al proprio allevamento, che si adatta ai fattori produttivi come terreni e possibilità colturali, ambienti, capacità di stoccaggi ecc. Quindi, secondo il progetto “My Farm” di Francesco Masoero – Università di Piacenza – l’obiettivo è formulare diete in funzione dell’adattamento colturale per massimizzare/razionalizzare l’utilizzo delle superfici agricole aziendali. Ossia puntare a massimizzare la differenza fra ricavo totale dalla vendita nel latte e i costi alimentari complessivi Iofc (Income over feed cost).

«L’efficienza alimentare – ha spiegato Andrighetto – si misura in kg di latte in relazione ai kg di sostanza secca mangiata. Se il rapporto è inferiore a 1/3, c’è un problema e diventa quindi necessario verificare la composizione delle diete, la qualità degli alimenti e la gestione della razione in mangiatoia. La qualità degli alimenti riguarda in particolare la qualità degli insilati e cioè le scelte varietali di mais e l’importanza della densità della massa. Bisogna valutare l’indice d’insilabilità in grado di considerare non solo i parametri chimici classici ma anche quegli indici di stabilità e soprattutto di perdite di conservazione calcolate in base alla presenza di zuccheri residui e di alcooli» (tabelle 1 e 2).

A tal proposito Andrighetto sta effettuando uno studio con l’Università di Padova direttamente in campo e una serie di analisi al fine di realizzare un indice di insilabilità per poter fissare l’epoca del taglio migliore per ciascuna cultivar e quali additivi aggiungere.

In mangiatoia

Importante è anche la gestione della razione in mangiatoia che può condizionare il concetto di unifeed e la contemporanea ingestione da parte degli animali di tutti i nutrienti costituenti la razione. «Per quanto riguarda l’omogeneità dell’alimento – ha evidenziato il relatore – abbiamo depositato un brevetto di un apparecchio (Maps – Faresin – IT Photonics) che misura l’omogeneità chimico fisica dell’unifeed direttamente sul carro e/o in mangiatoia».

La gestione della riproduzione

Infine, bisogna considerare la gestione della riproduzione degli animali. Sembra che da osservazioni scientifiche ci sia una certa incompatibilità tra alta produzione e buona fertilità della mandria. Inoltre è incontrovertibile che il notevole lavoro metabolico a cui sono sottoposte le bovine le faccia invecchiare anticipatamente. «La soluzione – ha detto Andrighetto – può essere quella di aumentare la produzione complessiva di latte a parità di numero di vacche allevate riducendo i giorni medi di lattazione della mandria. Questo va perseguito, oltre che con tradizionali strategie per migliorare la fertilità, fissando un periodo parto – fine inseminazione e cioè non perseguire la fecondazione degli animali oltre un determinato limite (da fissare per ogni azienda). Questo non solo aumenta la produzione di latte, ma evita anche la presenza di vacche con lattazioni lunghe e che di norma arrivano al parto successivo grasse». Tali strategie sono rese possibili dal corretto impiego di seme sessato. Tutto questo, tuttavia, necessita di una precisa conoscenza dei parametri riproduttivi aziendali e di sistemi informatici che permettano simulazioni per fornire all’allevatore elementi precisi di scelta anche per valutare il possibile guadagno annuo.

 

L’articolo completo di tabelle è pubblicato su Informatore Zootecnico n. 12/2016

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