NUOVA PAC –

Man mano che ci si a

Carne bovina: La nuova Pac? Mette a rischio la redditività

carne bovina

Man mano che ci si avvicina alla fatidica data del 1° gennaio 2014, sale l’attenzione del mondo agricolo nei confronti della nuova revisione che interesserà la politica agricola comune per gli anni a venire, nel cosiddettopost 2013. Essa riveste infatti un’importanza strategica per il futuro di molte produzioni tipiche del continente europeo e, tra queste, la carne bovina è sicuramente una delle più importanti sia in termini produttivi che di giro d’affari della filiera (oltre 25 miliardi di euro all’anno in Europa).

Su scala mondiale stiamo assistendo a una crescita esponenziale della domanda di carne bovina. Gli ultimi rapporti Fao – Oecd evidenziano un aumento nei prossimi anni del 20% del consumo nei Paesi in via di sviluppo e del 5% nei Paesi cosiddetti sviluppati dell’area Ocde. In questo contesto i dati relativi alla produzione in Europa denotano una controtendenza preoccupante che dovrà essere tenuta in stretta considerazione nelle valutazioni definitive in merito alle misure da adottare nella prossima riforma Pac.

In tal senso le statistiche sull’evoluzione del patrimonio bovino nell’Ue a 27 mettono in evidenza la continua erosione della produzione che, per il periodo 2009 – 2011, è stata del 2,7% (fonte: Institut de l’Elevage). Sempre secondo le analisi della Fao – Ocde questo calo sarà progressivo fino al 2020 con una perdita nel periodo 2010 – 2020 di altri 7 punti percentuale.

Italia troppo sbilanciata verso l’estero

Rispetto a questo andamento non fa eccezione l’Italia che anzi, paga maggiormente un assetto produttivo fortemente sbilanciato verso l’approvvigionamento dei bovini da ristallo all’estero, subendo in questo modo ancor di più l’aumento generale dei costi di produzione a cui stiamo assistendo. Proprio la crescita continua dei fattori produttivi sta preoccupando fortemente gli addetti ai lavori soprattutto in rapporto alle proposte di applicazione della riforma che minacciano di assottigliare ulteriormente i ricavi degli allevamenti che, già attualmente, sono sostenuti esclusivamente dai pagamenti degli aiuti previsti dalla Pac.

Un recente studio messo a punto dal Crpa di Reggio Emilia, dal titolo “Analisi sull’impatto della Pac dopo il 2013 per l’allevamento bovino da ingrasso in Italia” (commissionato da Intercanepro, l’interprofessione italiana della carne bovina), ha valutato l’impatto della riforma del primo pilastro della Pac dopo il 2013, così come predisposta dalla Commissione europea, sulla redditività degli allevamenti da ingrasso in Italia.

Il quadro che ne esce è a dir poco preoccupante per gli allevatori italiani. Stando così le cose infatti vedrebbero i bilanci delle proprie aziende fortemente negativi, il che potrebbe indurli ad abbandonare un settore produttivo che, come analizzato in precedenza, evidenzia già una tendenza regressiva costante.

Smantellamento dei titoli storici

Il punto negativo fondamentale dell’intera proposta di riforma sta nello smantellamento definitivo dei titoli storici per un passaggio a un sistema basato sul modello regionalizzato senza la possibilità di prevedere forti misure compensative per il settore. La revisione del regime dei pagamenti diretti coinvolgerebbe infatti principalmente i detentori dei cosiddetti titoli speciali, cioè dei diritti Pac disaccoppiati dalla produzione e non legati ad alcuna superficie di riferimento.

Ovviamente l’impatto reale sulla redditività degli allevamenti italiani dipenderà in gran parte dal metodo di applicazione della regionalizzazione che l’Italia vorrà adottare nel post 2013. Qualora infatti si procedesse ad una omogeneizzazione del valore dei titoli limitatamente alla Pianura Padana il premio base per ettaro si assesterebbe intorno ai 560 euro, mentre se la regionalizzazione venisse applicata prendendo come riferimento l’intero territorio italiano il valore dei titoli scenderebbe a 300 euro/ettaro.

Questi valori unitari, in assenza come si diceva di pesanti misure compensative accoppiate sulla produzione (sulla scorta dell’attuale art. 68 del reg. Ce 73/2009), potrebbero portare a perdite nette sul valore dei singoli capi variabili dai 50 ai 100 euro, in base alla tipologia di allevamento, anche includendo il valore degli aiuti Pac (vedi tabella). Insomma, entrambi i valori unitari ad ettaro appena citati, che scaturirebbero dall’applicazione della regionalizzazione così come da proposta della Commissione, sarebbero molto penalizzanti per gli allevamenti di bovini da ingrasso italiani.

E’ evidente dunque che una riforma come quella proposta non potrà essere in alcun modo applicata tal quale. Sarà necessaria una profonda revisione che permetta agli allevamenti specializzati nell’ingrasso dei bovini in Italia di rimanere sul mercato al pari dei loro colleghi europei.

Se dunque, il passaggio al modello regionalizzato dovrà essere in qualche modo adottato anche dall’Italia, è chiaro che i settori maggiormente penalizzati dalla riforma dovranno essere assolutamente sostenuti con misure parallele che scongiurino un abbandono importante della produzione che avrebbe conseguenze devastanti sia in termini economici che in riferimento all’indotto generato dal complesso della filiera produttiva.

Al Sommet de l’élevage

Il futuro della zootecnia da carne in Italia dipenderà moltissimo da come verrà impostata la politica agricola comune in Europa. A tal proposito, pochi giorni fa a Clermont – Ferrand, in Francia, in occasione della rassegna Sommet de l’élevage, le principali organizzazioni di rappresentanza degli allevatori di bovini da carne di Italia, Francia, Spagna e Irlanda (nell’ordine: Consorzio L’Italia Zootecnica, Federation National Bovine Francaise, Asoprovac e Fia Irish Farmers Association) hanno sottoscritto un importante documento che è stato consegnato ai rappresentanti di Commissione e Parlamento europeo, dal titolo “Posizione comune per la Pac post 2013 nel settore della carne bovina”.

Il documento rappresenta le motivazioni e le istanze dei produttori europei di carne bovini rispetto alla riforma Pac e possono essere così riassunte:

– Necessità di mantenimento del budget agricolo totale per garantire l’equilibrio economico dei vari settori produttivi.

– Miglioramento dei sistemi e delle misure di mercato che dovranno essere più legate all’andamento generale dei costi di produzione.

– Rafforzare i meccanismi di ripartizione dei margini all’interno della filiera in particolare aumentando il potere di negoziazione collettiva dei produttori attraverso il rafforzamento delle Organizzazioni dei produttori.

– Rivedere le modalità di convergenza degli aiuti del primo pilastro.

– Aumentare il plafond a disposizione degli stati membri da destinare agli aiuti accoppiati nel settore carne bovina da utilizzare per lo sviluppo del patrimonio di vacche nutrici e per sostenere l’attività di ingrasso.

– Modificare l’attuale impostazione legata agli aiuti ambientali “greening”.

– Favorire la competitività della filiera attraverso l’ammodernamento degli allevamenti.

Di queste misure ritengo che, su tutte, rivestirà un’importanza strategica l’applicazione degli aiuti accoppiati, sia per lo sviluppo della vacca nutrice, di cui l’Italia ha estrema necessità visto l’elevato tasso di approvvigionamento dall’estero di vitelli da ristallo, che per mantenere attivo e remunerativo il settore dell’ingrasso dei bovini da carne.

L’applicazione dell’art. 68 del Reg. Ce 73/2009 negli ultimi anni è stata senza dubbio molto positiva per il settore e ha scongiurato un calo ancora maggiore della produzione. Basterà dunque ripartire da questa esperienza ponendosi come obiettivo quello di aumentare sensibilmente il plafond mettendo finalmente in atto anche il livello superiore della misura, quello legato alla “Qualità”, che fino ad oggi non è stato possibile utilizzare se non nel caso delle produzioni certificate Igp.


*L’autore è direttore
di Asprocarne Piemonte.

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