ECONOMIA –

Gli adempimenti amministrativi portano via quasi 15 giorni lavorativi per un’azienda zootecnica tipica del Veneto, che possono arrivare a 33 per una realtà medio-grande. E provocano una spesa di almeno 4.700 € all’anno per le aziende più piccole che possono superare i 12.000 € per quelle più grandi.

Burocrazia nelle aziende zootecniche. Un mese all’anno sulle carte

zootecniche

Scadeva il 31 luglio scorso il termine ultimo che le aziende zootecniche avevano a disposizione per presentare la richiesta di autorizzazione alle immissioni in atmosfera (polveri e odori) prodotte negli allevamenti confinanti. L’ennesimo adempimento burocratico che casca in testa agli allevatori.

Ma non finisce qui. A settembre, nel Veneto, un nuovo impegno aspetta tutte le aziende agricole delle aree vulnerabili che nella pianura Padana oramai rappresentano più del 50% del territorio: il Registro delle Concimazioni.

A un incontro sul tema promosso dalla Regione Veneto in mezzo ad un centinaio di tecnici, liberi professionisti e dipendenti dei Caa, alcuni allevatori, presa la parola, hanno evidenziato che questo ennesimo adempimento certo non aiuta l’agricoltura; non la aiuta per tre motivi:

l la difficoltà che incontra un imprenditore “medio” al fine di aggiornarsi con regolarità su tutte le normative che negli ultimi 5 anni si sono succedute in campo agricolo;

l il tempo che bisogna dedicare a registri e alle trascrizioni necessarie che, soprattutto in particolari periodi, manca completamente ;

l il costo che bisogna sostenere in ogni caso per le consulenze necessarie per avviare e regolarizzare le posizioni.

I ricavi sono fermi

E’ ormai sotto gli occhi di tutti il fenomeno inesorabile che sta spingendo in fondo alla voragine il settore mangiandosi ogni anno migliaia di aziende agricole, e di capi allevati. Basti pensare che negli ultimi 7 anni in Veneto il numero delle aziende zootecniche si è ridotto del 25,5%, e conseguentemente il patrimonio zootecnico ha subito una flessione del 22%, senza che i redditi agricoli ne abbiano ricevuto alcun beneficio.

A un allevatore di bovini da carne basta che controlli le fatture di vendita dei vitelloni per scoprire che nel 2000/2001 vendeva i propri animali a 4.800 – 5.000 euro ( 2,47 – 2,58 euro ). Praticamente tanto quanto oggi, dopo 11 anni!

Vero è che da allora per tutti questi anni, la Pac ha dato una grossa mano agli agricoltori (in termini di reddito), compensando quello che il mercato non ha riconosciuto al prodotto agricolo.

Certo, questo è un grande problema di tutto il settore primario, che sconta più di tutti la mancanza di aggregazioni e la possibilità di fare un vero mercato dato dall’incontro fra domanda e offerta. Quello che resta, tornando all’osservazione degli allevatori presenti in quella riunione, è che la burocrazia che si sta accumulando sulle tavole delle aziende agricole sta diventando insostenibile sia in termini di tempo (da dedicare) che in termini di costi.

Basta dare un occhio all’elenco dei registri e manuali che un’azienda è tenuta a compilare con cadenze diverse ma che oramai devono essere rispettate con il rischio di perdere i contributi della Pac. La quale Pac, guardando bene, è diventata nel tempo un’arma a doppio taglio: da una parte elargisce denari, anche se poi questi contributi sono stati assorbiti in buona parte da tutta la filiera, dall’altra ha concorso ad aumentare la burocrazia in azienda e con questa i controlli che vengono fatti dai vari enti preposti al fine di verificare il rispetto della “condizionalità”.

I costi galoppano

La burocrazia in un’azienda agricola non è poi così a buon mercato perché, fatte alcune verifiche (vedi tabella), possiamo stimare che mediamente un imprenditore dedica in un anno almeno 130 ore del suo tempo oltre a pagare una serie di servizi e consulenze per la tenuta o il controllo dei documenti.

Quasi 15 giorni lavorativi per un’azienda zootecnica tipica del Veneto, possono arrivare a 33 per una realtà medio- grande; oltre all’esborso di almeno 4.700 euro all’anno per le aziende più piccole e che possono superare i 12.000 euro per le più grandi!

Senza poi contare le spese per la dichiarazione dei redditi, per contributi associativi, per la regolarizzazione della privacy e fra poco anche si dovranno gestire i contratti di acquisto e vendita, eccetera eccetera. Tutte cose che si aggiungono alla lista, tanto da diventare spese insostenibili per le aziende. Un vero salasso di tempo e denaro.

Bisognerebbe mettersi un attimo nelle braghe di questi allevatori e cercare di capire che il loro disagio non è poi frutto di cattive abitudini. A prendere una penna in mano all’agricoltore viene spesso l’eritema, ma con tutte queste carte forse l’esaurimento nervoso corre il rischio di diventare la prossima malattia professionale.

Qual è il rimedio a questo moltiplicarsi di carte? Si potrebbe chiedere al nostro ministro dell’agricoltura, Mario Catania, una spending review anche per la burocrazia del settore agricolo. A livello nazionale sarebbero 4 miliardi di euro in meno da sopportare.

Una bella semplificazione documentale, o come si è fatto per i ministeri, un bell’accorpamento di registri, perché a guardar bene ci si accorge che certe cose, certi dati si ripetono con continuità da un registro all’altro. Ad esempio, sarebbe naturale mettere insieme il registro di carico / scarico dei bovini con quello dei trattamenti medicinali, oppure il quaderno di campagna con il registro delle concimazioni e si potrebbe ancora continuare.

Un primo passo era stato fatto con la creazione del “Tavolo per le semplificazioni”, ma dopo il comunicato stampa che lo annunciava non se ne è saputo più nulla.

Riprendiamo il discorso da qui! Una bella commissione che riunisca tecnici ma anche agricoltori e allevatori di quelli veri, con le mani ruvide, che lavori con un po’ di buon senso, mettendo insieme le esigenze di una e dell’altra parte non sarebbe male.

L’autore è responsabile assistenza tecnica e
consulenza aziendale Unicarve.

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