Conclusa la mappatura del patrimonio genetico: importante ruolo di Parco Lodi e Università Cattolica –

Ci sono voluti sei anni, ma alla fine i 300 ricercatori del Consorzio internazionale per il sequenziamento del genoma bovino ce l’hanno fatta: sono riusciti a leggere e, come si dice in gergo, ad annotare le oltre tre miliardi di basi del genoma di questo animale che ha accompagnato la storia dell’umanità in questi ultimi 10mila anni.

Bovini, senza segreti i 22mila geni

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Ci sono voluti sei anni, ma alla fine i 300 ricercatori del Consorzio internazionale per il sequenziamento del genoma bovino ce l’hanno fatta: sono  riusciti a leggere e, come si dice in gergo, ad annotare le oltre tre miliardi di basi del genoma di questo animale che ha accompagnato la storia dell’umanità in questi ultimi 10mila anni. A sancire il successo dell’impresa, nientemeno che la copertina dell’ultimo numero di Science, che assieme a Nature rappresenta la principale rivista scientifica mondiale, sul quale sono stati pubblicati i risultati del progetto.

Il contributo italiano
Tra questi moderni amanuensi della scienza, anche un pugno di ricercatori italiani, segno di una certa vitalità scientifica anche nel nostro Paese: nove ricercatori del Parco tecnologico padano di Lodi e tre dell’Università Cattolica di Piacenza. «Sì, è possibile fare buona ricerca anche qui – racconta Gert Sclep, bioinformatico belga che opera da tre anni presso il Parco tecnologico-padano e co-firmatario dell’articolo – non dovunque, ma esistono centri di respiro internazionale che sono al passo con quanto si fa nel resto d’Europa».

I risultati

Non mancano le sorprese tra i risultati ottenuti da questo progetto, del valore di soli 10 milioni di dollari: veramente pochi se si pensa alle centinaia di milioni spesi per il genoma umano solo dieci anni fa. Il primo dato interessante è costituito dalla dimensione del genoma bovino, che presenta circa 22mila geni, un numero non molto diverso da quello dei geni identificati nell’uomo. A questo va aggiunto che la somiglianza tra questi geni e quelli del genere umano arriva all’80%, superando quella esistente tra l’uomo e i topini usati in laboratorio per lo studio di nuovi farmaci. Per loro la somiglianza si ferma infatti solo al 70 per cento. Questa affinità, anche se solo da un punto di vista genetico, con una delle nostre fonti alimentari primarie oltre che, in molte aree del pianeta, indispensabile aiuto per il lavoro e il trasporto, fa riflettere sulla comune origine di tutti gli esseri viventi.

Le differenze non sono comunque irrilevanti e ancora tutte da indagare. Resta infatti da scoprire come quel 20% di differenza genetica, creatasi tra le nostre due specie in questi 95 milioni di anni, riesca a fare di un organismo un bovino. Scoprirlo ci aiuterà non solo a capire meglio questo importante animale, ma anche a migliorarlo per rispondere in modo più adeguato alla crescente domanda di proteine animali proveniente soprattutto dai Paesi in via di sviluppo.

Il progetto HapMap

Se il progetto di sequenziamento del genoma ha permesso di conoscere la localizzazione dei geni che controllano la lattazione, la digestione e il sistema immunitario di questo importante, ma altrettanto delicato animale, poco ci dice invece su come la diversità genetica tra le razze influenzi e determini le diverse performance produttive, e non solo. A rispondere a questa domanda ha pensato un altro progetto che si è sviluppato collateralmente a quello di sequenziamento: il progetto HapMap.

Per cercare di capire l’effetto delle differenze genetiche, in questo caso, i ricercatori hanno scelto 19 razze bovine tra le 800 attualmente presenti nel mondo. Tra queste la Frisona, di origine olandese, e, in veste di rappresentanti italiane, la Romagnola e la Piemontese. «Grazie a un’analisi di circa 35mila piccole differenze sul Dna di queste razze – spiega Alessandra Stella, capogruppo di ricerca presso il Parco tecnologico padano – è stato possibile rintracciare i segni che i millenni di selezione hanno lasciato sul Dna di questo animale. Abbiamo così scoperto che la diversità genetica, soprattutto in epoca recente, si è molto ridotta a causa della forte selezione zootecnica. Allo stesso tempo abbiamo però anche verificato che esiste ancora, in questa specie, una significativa variabilità che è all’incirca paragonabile a quella che esiste nell’uomo».

«Una biodiversità importantissima – tiene a precisare John Williams, direttore scientifico del Parco di Lodi – che sarà indispensabile conservare e valorizzare, in quanto ci permetterà di migliorare la resistenza alle malattie, la longevità e la salute dei nostri animali, con ricadute positive anche sulla qualità e sicurezza dei prodotti da essi derivati».

Il futuro
I risultati sono senza dubbio preliminari, così come accadde per il progetto «Genoma umano». La conoscenza della sequenza del Dna è solo il punto di partenza per gli studi che consentiranno di avere le prime ricadute applicative. «Siamo ancora agli inizi – sottolinea infatti Raffaele Mazza, giovane ricercatore presso l’Università Cattolica e tra i firmatari del lavoro – le vere scoperte verranno nei prossimi anni, quando saremo in grado di sfruttare appieno le informazioni che abbiamo raccolto».

Senza dubbio, però, a questo punto i ricercatori hanno in mano uno strumento importante: una sorta di carta geografica che permette di orientarsi tra quei tre miliardi di basi.


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