Più foraggi per massimizzare la funzionalità del rumine

Azienda agricola Invernizzi di Abbiategrasso (Mi) – Quando il successo viene dalla fibra


foraggi

I fratelli Invernizzi hanno ereditato l’azienda dal padre Giovanni e dallo zio Giuseppe, che a loro volta avevano dato vita a questa realtà già nel dopoguerra.

A raccontare la storia di questa azienda di Abbiategrasso (Mi) e a spiegare come viene condotta provvede Carlo Invernizzi, architetto di formazione e appassionato zootecnico di professione, che insieme ai figli – oltre che ovviamente al fratello – conduce l’azienda.

Il futuro dell’azienda è infatti rappresentato dai giovani Luca e Silvia che gestiscono rispettivamente l’allevamento e l’amministrazione dell’azienda: come anche altri ragazzi che si incontrano nelle aziende zootecniche, questi giovani credono nella possibilità di avere un futuro nella zootecnia. Un dato da non sottovalutare.

«I sacrifici da affrontare – dice Luca, che ha 27 anni – non sono pochi e soprattutto nei mesi estivi, mentre gli altri sono quasi tutti in vacanza, la scelta di continuare a lavorare nell’azienda di famiglia deve essere ben radicata!».

Con una mandria di 480 capi, circa e 180 capi in lattazione (più o meno), l’azienda Invernizzi vanta da anni la prestigiosa media produttiva annua di 110 quintali di latte per capo.

«Il nostro latte – spiega Carlo Invernizzi – viene conferito alla cooperativa San Rocco di Magenta per essere trasformato in gorgonzola. Come è noto questo formaggio è un prodotto soggetto a una forte stagionalità, che lo porta a soffrire nei mesi estivi e che per questo motivo è soggetto a variazioni di prezzo».

 

Scelte agronomiche che soddisfano le esigenze dell’allevamento

L’azienda è ovviamente specializzata e anche le scelte agronomiche sono completamente orientate a soddisfare le esigenze dell’allevamento: «L’azienda – continua l’allevatore – consta di 86 ettari, quasi completamente di proprietà, che vengono coltivati a mais (45 ettari) sia da trinciato che da granella; a erba medica (3 ettari); a prato (12 ettari) e a triticale e veccia (altri 12 ettari, che poi vengono reinvestiti a mais in secondo raccolto)».

Da notare che l’erba medica viene essiccata (e non fasciata come si era sempre fatto in passato).

«Quest’anno dice l’allevatore abbiamo riprovato con l’erba medica secca. Un esperimento che in passato non aveva dato buoni risultati e che invece quest’anno sembra essere soddisfacente in termini di qualità del prodotto, presentando anche il notevole vantaggio di richiedere interventi irrigui più limitati. I risultati incoraggianti ci inducono a pensare di aumentare l’investimento per il prossimo anno, arrivando anche 10 ettari. Del resto quest’anno il tema delle irrigazioni si è presentato come molto critico: va però detto che nella nostra realtà è stato brillantemente superato. Certamente il rischio di incorrere in problematiche di micotossine negli insilati non va sottovalutato».

Oltre alla foraggicoltura, l’azienda da un paio d’anni coltiva riso su 12 ettari: «Si trattava di una coltura per noi completamente nuova, alla quale ci siamo affacciati un paio di anni fa, con l’obiettivo di aumentare il ricorso al mercato per il mais. I risultati sono stati buoni, nonostante la scarsa esperienza: purtroppo però il mercato con un andamento di prezzo molto negativo non ha premiato questo impegno, tanto da mettere in discussione questa scelta colturale per il prossimo anno».

Per soddisfare le esigenze della stalla, i fratelli Invernizzi, oltre a impiegare le loro produzioni foraggere, ricorrono al mercato per medica, mais e fieno.

 

La gestione alimentare

La gestione alimentare della mandria avviene tramite la costituzione di quattro gruppi: due per le vacche in lattazione (fresche e animali più avanti), uno per le asciutte e uno per le manze.

«Complessivamente – dice ancora Invernizzi – prepariamo 4 carri al giorno. Il che non è un impegno trascurabile, né dal punto di vista gestionale, né da quello economico. La nostra razione punta soprattutto sulla valorizzazione dei foraggi aziendali, garantendo un notevole apporto di fibra e puntando a mantenere il più efficiente possibile la funzionalità del rumine».

La considerazione di fondo che guida questa scelta aziendale è molto semplice: le vacche da latte sono ruminanti e solo nutrendosi di erba possono stare bene e quindi non avere problemi. Gli allevatori infatti sono convinti che spingere con una razione molto concentrata, se da un lato può portare a un miglioramento della produzione, dall’altro può generare problemi di vario genere che si traducono poi in un aggravio di costi, causando un maggior numero di riforme.

 

«È necessaria una maggiore rimuneratività della produzione»

Carlo Invernizzi, che tiene sotto controllo i costi in modo analitico con precisione e grande efficienza, conclude sottolineando come nella attuale situazione della zootecnia da latte per pensare a operare investimenti, gli allevatori dovrebbero poter contare su una maggiore rimuneratività della produzione che si può realizzare solo con un aumento del prezzo del latte alla stalla.

 

UN AIUTO DALLA TECNOLOGIA

L’azienda risolve efficacemente anche la questione della riproduzione, avendo introdotto da qualche tempo i podometri, grazie ai quali le performance riproduttive delle vacche sono ulteriormente migliorate: «Abbiamo sempre utilizzato un “toro-esca” per facilitare il rilevamento dei calori: oggi grazie all’introduzione di queste tecnologie il toro serve meno».

Anche la gestione dello stress da caldo passa per la tecnologia, visto che in stalla sono attive da anni grosse ventole, il cui utilizzo seppure molto strategico comporta un notevole dispendio economico.

«La nostra stalla per fortuna è dotata di un grosso paddock, dove gli animali nei mesi estivi trascorrono frequentemente la notte, godendo del buon arieggiamento e migliorando le loro condizioni di benessere. Il tutto a vantaggio delle produzioni, che hanno subito in questi mesi tutto sommato un calo contenuto».

 

Leggi l’articolo su Informatore Zootecnico n. 15/2017

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