Alimentazione, Masoero: quale nutrizione azotata

Le posizioni del docente piacentino sulla nutrizione azotata della bovina da latte e sull’ efficienza di utilizzazione amminoacidica. Da un recente convegno Crpa


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Stabilire i corretti fabbisogni proteici e amminoacidici per la bovina da latte è un obiettivo auspicato dalla maggior parte dei nutrizionisti, al fine di ottenere il massimo dell’efficienza produttiva dall’animale limitando sia l’impatto ambientale che le perdite economiche derivanti da eccessi proteici della razione. Molti studi infatti si sono occupati di determinare il legame tra la nutrizione azotata delle vacche e l’effetto sulla produzione di latte nonché sui conseguenti impatti ambientali.

Le proteine, oltre a costituire il nutriente più costoso della razione, hanno (in particolare le frazioni azotate da esse contenute) una correlazione con emissioni ammoniacali responsabili dell’inquinamento ambientale. La quantità e la qualità degli amminoacidi che arrivano alla ghiandola mammaria della bovina influenzano in modo significativo la produzione di latte e il suo contenuto proteico. Inoltre, gli amminoacidi possono influenzare la produttività incidendo sul metabolismo e sulla funzionalità del sistema immunitario.

Anche in un seminario tecnico svoltosi recentemente a Reggio Emilia ci si è applicati a questi problemi, in particolare all’efficienza dell’utilizzazione metabolica delle proteine nella bovina da latte. Si tratta del seminario “Ricerca e innovazione nell’alimentazione della vacca da latte”, organizzato dal Crpa il 10 dicembre scorso.

Gli obiettivi

Qui il professor Francesco Masoero, docente di Nutrizione e alimentazione animale presso il Feed & Food Science and Nutrition Institute dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, ha presentato le proprie considerazioni sul tema della nutrizione azotata delle bovine da latte. Ha premesso che i principali obiettivi della nutrizione azotata nella bovina da latte, sono quelli di:

– coprire i fabbisogni nutrizionali dell’animale;

– massimizzare l’efficienza di utilizzazione alimentare e metabolica dell’azoto della razione al fine di ridurre l’impatto ambientale ed aumentare il più possibile la resa del latte in formaggio.

È dunque assai importante, ha sottolineato il docente piacentino, capire come l’azoto sia utilizzato dalla bovina, sia per abbattere quanto più possibile il costo della razione alimentare, aumentando così il profitto, sia per ridurre l’impatto negativo della diffusione di questo elemento nell’ambiente. Si deve quindi abbandonare l’idea comune di aumentare la quota proteica della razione per ottenere il massimo guadagno e profitto; “portare a casa il più possibile”, come sappiamo, è incompatibile con quello che è un approccio etico ed efficiente che prevede, invece, di ottenere una quantità massima di caseina nel latte per unità di azoto ingerito.

È molto importante considerare che il 30% dell’azoto in una vacca da latte è trasferito nel latte, il 50% nelle urine e il 20% nelle feci. Sono proprio questi i punti da ottimizzare per cercare di ottenere un miglioramento. Azzerare l’azoto nelle urine e l’azoto delle feci sarebbe l’ideale per raggiungere il massimo dell’efficienza, ma questo è ovviamente impossibile. Per avvicinarsi a questo forse un po’ utopistico obiettivo, e quindi migliorare l’efficienza, si deve puntare a:

– ottimizzare le sintesi proteiche attraverso un utilizzo ottimale dell’amido e dell’NDF (fibra neutro detersa) fermentescibile, attraverso processi di degradazione (kd) ottimali e massimizzati in modo tale da ottenere la massima sintesi proteica ruminale, attraverso una macinazione ottimale dell’alimento;

– diminuire gli sprechi di ammoniaca;

– ottimizzare la composizione degli amminoacidi assorbibili a livello intestinale;

– aumentare al massimo la digeribilità intestinale della proteina che bypassa il rumine (RUP) e ottimizzarne gli apporti;

– applicare il minor livello proteico possibile nella razione.

La proteina microbica

Come dice il nome, la proteina microbica o MCP viene prodotta dai microrganismi che vivono in ambito ruminale. Il fattore chiave che determina la quantità di MCP sintetizzata è la quantità di azoto disponibile nel rumine, assieme alla frazione di carboidrati fermentescibili che fungono da fonte di energia per questa sintesi; oltre a ciò, anche la disponibilità di peptidi può stimolare la produzione di MCP da parte dei microrganismi ruminali. La proteina microbica ha un altissimo valore, in quanto fornisce dal 50 all’80 % degli amminoacidi necessari alla bovina nell’intestino: ottimizzarne la produzione aiuta quindi ad aumentare l’efficienza di utilizzazione dell’azoto, permettendo al contempo di tenere sotto controllo il costo della razione. In sintesi, i principali vantaggi che si ottengono sono i seguenti:

– un ottimo apporto di proteina bypass (RUP);

– una notevole digeribilità nell’intestino;

– un profilo amminoacidico piuttosto costante;

– un ottimo rapporto Metionina/Lisina.

Un esempio di ottimizzazione della sintesi proteica ruminale, illustrato nella presentazione di Masoero a Reggio Emilia, è evidente nel grafico 1.

L’incremento del kd (costante di degradazione della NDF in una razione qualunque) comporta un aumento della sintesi proteica microbica ruminale; anche alla diminuzione del kp (costante di passaggio degli alimenti) corrisponde un aumento della quota di proteine microbiche sintetizzate.

Anche la macinazione delle farine utilizzate nella razione e quindi la dimensione delle particelle, ha fatto notare il docente piacentino, ha un effetto estremamente interessante sulla produzione della proteina microbica: al diminuire del diametro delle particelle, corrisponde un incremento della produzione di proteina microbica (Tabella 1).

Definire i fabbisogni

Masoero ha continuato sottolineando l’importanza di definire i fabbisogni in proteina metabolizzabile e amminoacidi metabolizzabili. Una vacca non produce solo la caseina del latte, ha precisato il docente al convegno, ma nel suo metabolismo “rompe e ricostruisce” da 3 a 5,5 kg di proteine (forte attività del fegato, milza e pancreas). Il fabbisogno di proteina metabolizzabile di una bovina da latte è intorno ai 2500-2800 g/giorno, circa 2/3 della proteina totale sintetizzata in un giorno.

Dove va a finire la quota di proteina inutilizzata che rimane dall’attività metabolica di sintesi?

Questa quota andrà a finire nei vari organi al fine di essere trasferita, riutilizzata, ossidata o utilizzata per la produzione di energia. Tutte queste attività vengono meglio identificate da queste voci:

– Proteina del latte.

– Gestazione.

– Metabolismo muscolare.

– Azoto metabolico fecale.

– Tessuti (cellule di sfaldamento).

– Urina.

Sono proprio queste le voci che utilizziamo per definire il fabbisogno in proteina metabolizzabile e in amminoacidi metabolizzabili. Per ognuna di queste voci, quindi, bisogna definire innanzitutto le quantità di proteina netta persa nelle feci, nelle urine e quella nel latte e successivamente con quale efficienza metabolica si passa alla proteina metabolizzabile.

La conoscenza del fabbisogno in proteina metabolizzabile permette di definire ed affinare la formulazione della razione e l’utilizzo della proteina da parte della bovina, poiché si prende in considerazione l’effettivo uso biologico della proteina nell’animale. Questo consente, pertanto, di migliorare l’efficienza di utilizzazione della proteina alimentare diminuendo le escrezioni di azoto nell’ambiente ed abbassando al contempo le potenziali emissioni di ammoniaca in esso. Per avere un fabbisogno ancora più accurato ed efficiente si può scegliere di calcolare il fabbisogno di amminoacidi metabolizzabili.

Il metodo della proteina ideale

I fabbisogni in amminoacidi per la sintesi delle proteine del latte possono essere definiti, pertanto, per mezzo di due metodi:

– Proteina ideale

– Metodo fattoriale

Il “metodo della proteina ideale” esprime i fabbisogni degli amminoacidi come percentuali della proteina metabolizzabile; considerando Lisina e Metionina i due amminoacidi limitanti. Questo metodo fissa un rapporto ottimale tra i singoli amminoacidi essenziali ed è utile per massimizzare la deposizione proteica, evitare sotto e sovra-alimentazioni e minimizzare le perdite con le urine.

La Lisina, che é l’aminoacido più frequentemente carente per la crescita é fissata al 100%, e gli altri amminoacidi sono espressi in % sulla lisina. Conoscendo il fabbisogno di Lisina, automaticamente si hanno anche quelli degli altri amminoacidi essenziali.

Esiste una certa somiglianza tra l’equilibrio degli amminoacidi della proteina ideale e la composizione amminoacidica del prodotto (in questo caso il latte).

La proteina del latte sembra essere drasticamente ridotta quando le razioni contengono una quantità di Metionina inferiore a 2,10-2,20 % della proteina metabolizzabile (MP) o di Lisina inferiore a 6,5-6,8 % di MP (questi livelli sono considerati minimi).

Per evitare possibili effetti negativi il rapporto Lisina:Metionina deve essere 3.1: 1.

Il concetto di proteina ideale non considera la possibilità di fornire qualche amminoacido in eccesso.

Il metodo fattoriale

Il metodo fattoriale, poi, ha spiegato Masoero, calcola il fabbisogno in amminoacidi metabolizzabili attraverso il rapporto tra il contenuto amminoacidico della proteina netta e le rispettive efficienze di utilizzazione degli amminoacidi (in base al loro destino metabolico). Il fabbisogno è espresso il g/giorno, in condizioni fisiologiche quali la crescita, la gravidanza o l’allattamento.

In questi casi l’azoto è necessario non soltanto per il mantenimento, ma anche per l’immagazzinamento di proteine nei tessuti di nuova formazione e nel latte. Il metodo fattoriale richiede una conoscenza del contenuto di amminoacidi dei prodotti e l’efficienza di utilizzo degli amminoacidi. Questo metodo è molto sensibile ai valori dei coefficienti di trasferimento usati per descrivere l’utilizzo di amminoacidi metabolizzabili per la sintesi del latte.

Innanzitutto, i coefficienti di trasferimento degli amminoacidi contenuti nel latte rappresentano l’utilizzazione di amminoacidi che sono stati estratti dal sangue dalla ghiandola mammaria per la sintesi di proteine del latte. Essi non considerano l’efficienza della ghiandola mammaria di estrarre amminoacidi dal sangue. In secondo luogo, i coefficienti di trasferimento comportano che le risposte di produzione siano lineari senza tener conto della quantità di Metionina e Lisina metabolizzabili. Pertanto, il metodo fattoriale descrive risposte corrette sulla produzione quando gli amminoacidi sono limitanti, ma la risposta di produzione sarà sovrastimata quando ci sono eccessi di amminoacidi.

Il contenuto in amminoacidi del latte e dei tessuti può quindi essere stimato correttamente attraverso questo metodo, ma una stima dell’efficienza di utilizzo amminoacidico è difficile e variabile.

Con il metodo fattoriale, i fabbisogni si basano, quindi, sulle esigenze dell’animale (ad esempio, la quantità di latte da produrre e il suo contenuto di amminoacidi) ma anche sulle varie efficienze con cui gli amminoacidi sono assorbiti e utilizzati. Purtroppo, queste efficienze sono difficili da stimare, ha sottolineato il professore.

Destino di utilizzazione metabolica degli amminoacidi

Anche se i valori delle efficienze metaboliche per il passaggio da proteina netta al valore del fabbisogno in proteina metabolizzabile in una bovina da latte possono variare in rapporto al livello proteico utilizzato nella razione (0,50 quando il livello proteico della razione è basso; 0,70 quando è più alto), vengono considerati, per convenzione, dei coefficienti fissi che si aggirano su 0,65-0,67.

Per quanto riguarda le efficienze di utilizzo metabolico degli amminoacidi, si parla invece di valori più alti (0,80-1,00). Questi valori variano in corrispondenza del destino metabolico che questi nutrienti avranno all’interno dell’organismo. Lisina, Leucina, Iso-Leucina e Valina hanno le efficienze più basse perche hanno un implicazione molto forte nel metabolismo energetico soprattutto a livello di fegato e di mammella e sono quelli che vengono ossidati maggiormente; la mammella, infatti, consuma questi amminoacidi come carburante. Pertanto, è proprio studiando il destino metabolico degli amminoacidi assorbiti a livello intestinale che si può arrivare a definire e quantificare le efficienze.

Le proteine sono ridotte in amminoacidi che vengono assorbiti a livello intestinale e portati all’interno del sistema splancnico (pancreas, fegato, milza e grasso periviscerale).

Gli amminoacidi che vengono assorbiti a livello intestinale sono rappresentati dagli amminoacidi introdotti con l’alimento, più gli amminoacidi della proteina microbica, più una parte di azoto endogeno (una grossa percentuale di questi amminoacidi servono per mantenere il metabolismo del sistema splancnico).

Al termine della vena porta gli amminoacidi arrivano al fegato dove vengono ossidati e utilizzati per la produzione delle proteine endogene, degli enzimi digestivi, delle proteine del sistema immunitario, ecc… A livello epatico si ha una rimozione/utilizzazione del 25-50 % di Metionina, Istidina, Fenilalanina e Treonina e quello che rimane viene captato dalla mammella per fare la proteina del latte. Questi quattro amminoacidi essenziali, infatti, rappresentano la base sulla quale l’animale produce il latte. Gli amminoacidi essenziali con funzione energetica quali Lisina, Leucina, Iso-Leucina e Valina non vengono invece rimossi a livello epatico, ma al contrario vengono captati dalla mammella ad una quantità del 30-35% superiore al suo fabbisogno, questo significa che la mammella necessita di un surplus di questi amminoacidi per poter sintetizzare il latte.

La Lisina, in particolare, è difficilmente percepibile nella performance come integrazione nella razione, forse proprio perché questo amminoacido essenziale, ha ipotizzato il docente di Nutrizione e alimentazione animale al convegno, è una delle principali fonti di energia a livello mammario e viene, pertanto, utilizzato dalla mammella per coprire eventuali squilibri amminoacidici o per raggiungere il fabbisogno energetico richiesto da questo organo per la produzione di latte.

L’efficienza di utilizzazione degli amminoacidi a livello della sintesi mammaria o metabolica, inoltre, varia in rapporto al livello di “supply” di amminoacidi: se la razione contiene poche proteine per esempio, si ha una efficienza di utilizzo della Metionina molto alta, questa diventerà molto inferiore quando la razione presenta un eccesso proteico, di conseguenza si avrà una escrezione molto alta di azoto, ma anche una cospicua perdita di amminoacidi essenziali a livello delle urine e delle feci (Lapierre, 2014). Per questi motivi non ha senso utilizzare livelli elevati di proteina nella razione.

Fabbisogni di aminoacidi nella bovina da latte: fissi o variabili?

Un fabbisogno è l’unico apporto di un nutriente sotto al quale si ha una perdita di performance e oltre al quale non c’e un miglioramento.

Una constatazione molto spesso trascurata è che la bovina non ha un reale fabbisogno proteico: questi animali hanno bisogno piuttosto di una disponibilità di amminoacidi in ambito intestinale, così da poter assicurare la formazione e ricostruzione dei tessuti e la produzione di latte.

Siamo quindi sicuri di avere bisogno dei fabbisogni fissi? Considerando che:

– la quota di azoto metabolico fecale (N di origine alimentare indigerito + N di costituzione degli enzimi digestivi, dei sali biliari, dalle cellule epiteliali di sfaldamento del canale alimentare, della microflora intestinale) che ci serve per calcolare i fabbisogni in amminoacidi metabolizzabili varia in rapporto all’ingestione;

– che il destino metabolico degli amminoacidi è descritto in funzione del livello di “supply” amminoacidico;

– che il fabbisogno di mantenimento può essere considerato contemporaneamente a tutti gli altri fabbisogni oppure in modo separato.

Si deve pertanto pensare, ha concluso il docente piacentino, a fabbisogni variabili in funzione delle condizioni metaboliche e alimentari dell’animale e non più a fabbisogni fissi.

Quando le diete presentano un rapporto ottimale fra gli amminoacidi e in particolare sono ben bilanciate fra Lisina e Metionina, incrementa l’efficienza di utilizzazione sia delle proteine metabolizzabili sia degli alimenti, migliorando le performance degli animali.

Nel bovino da latte, quindi, è possibile ridurre l’apporto proteico della dieta senza penalizzare le prestazioni produttive degli animali, a condizione che vengano soddisfatti i fabbisogni in amminoacidi essenziali ed i fabbisogni in azoto degradabile a livello ruminale.

Visualizza l’articolo intero pubblicato su Informatore Zootecnico n. 4/2015


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