Azienda Spazzini: «Perché sto allevando galline ovaiole all’aperto»

Una scelta fatta dieci anni fa che ha permesso all’azienda Spazzini (di Mantova) di ritagliarsi uno spazio commerciale di valore. Prossima tappa il biologico


spazzini

«Allevamento all’aperto, non a terra». Così, Carlo Spazzini, allevatore di galline ovaiole di Ceresara in provincia di Mantova, tiene a precisare quale sia la tipologia di allevamento praticata nella sua azienda di 40 ettari di superficie.

Allevatore di tacchini da carne dal 1987, nel 2005 la famiglia Spazzini opera una scelta drastica, convertendo l’allevamento in galline ovaiole sui quattro capannoni esistenti per circa 53mila posti. «Già allora – spiega l’allevatore – si sapeva che prima o poi la direttiva sul benessere delle galline sarebbe andata in porto. Pertanto, optammo per una soluzione d’avanguardia invece che per le gabbie, ovvero un allevamento a terra ma con la possibilità di pascolamento degli animali, all’aperto per l’appunto, detto anche free range» – precisa Spazzini.

Il centro aziendale, infatti, oltre che i capannoni adibiti a ricovero degli animali, dispone di un adiacente appezzamento di circa 25 ettari di superficie (4 metri quadrati per gallina), delimitato da tre chilometri di recinzione, in cui le galline hanno la possibilità di pascolare. «La scelta, allora, fu veramente coraggiosa. Potevamo puntare sulle meno costose gabbie, che ci avrebbero garantito più posti stalla, ma optammo per una tipologia nuova di allevamento, che guardava anche al benessere degli animali».

Ma benessere delle galline significa anche convenienza economica. «La soluzione che adottammo dieci anni fa sembrava più rischiosa, ma col tempo ci ha premiato – afferma Carlo Spazzini. Oggi, infatti, gli allevamenti a terra hanno saturato il mercato e sono equiparati economicamente a quelli in gabbia, quasi senza distinzione di prezzo delle uova. Avere aggiunto anche la tipologica all’aperto ci consente di ottenere dei vantaggi economici, secondi solo a quelli che provengono da un allevamento biologico» – conclude l’imprenditore mantovano.

Certo questo tipo di produzione non presenta solo vantaggi.

«I costi produttivi sono maggiori – tiene a precisare Spazzini -, soprattutto quelli legati alla manodopera. Nel nostro allevamento, infatti, ci lavora tutta la mia famiglia di quattro persone e due dipendenti. Il management dell’allevamento è più complesso rispetto alle gabbie o comunque rispetto alla produzione in spazi chiusi – spiega l’allevatore – soprattutto nelle prime fasi del ciclo produttivo, perché le pollastre devono abituarsi in modo ottimale agli spazi, sia interni al capannone, che esterni. E’ basilare, infatti, che gli animali imparino da subito a ovodeporre nei nidi dentro i capannoni e non altrove».

Quindi più attenzione per gli animali, costi più elevati e maggiore impegno lavorativo. «Purtroppo – ci fa presente Carlo Spazzini – anche il panorama economico in questi ultimi tempi si fa più grigio. La situazione che vede la presenza di poche industrie del settore ci penalizza dal punto di vista contrattuale. Spesso – conclude l’imprenditore – ci vengono proposte clausole contrattuali peggiorative rispetto a prima, senza la possibilità di discuterle».

E per il futuro? «Dopo avere installato tre anni fa sui tetti delle stalle un impianto fotovoltaico di circa 600 kw di potenza, stiamo pensando a un ampliamento dell’allevamento – assicura Spazzini -. Come anche alla possibilità di convertire in un prossimo futuro la produzione al metodo biologico, per il quale possediamo già ora quasi tutti i requisiti strutturali e di superficie. In altre parole, non possiamo stare fermi, ma bisogna cercare di essere sempre più avanti del mercato. Ci preoccupano invece i continui controlli dei vari enti – conclude l’allevatore mantovano -. Asl, Arpa, Provincia, Comune, e ora il Gse per il fotovoltaico, sono spesso in azienda. Vorremmo meno burocrazia e poter lavorare di più».


There are 2 comments

  1. Donato

    Salve, è da tanto che penso all’idea di aprire un allevamento di galline biologiche però non so come iniziare a partire da zero. Adesso ho a disposizione solo un 40 ettari di terra.

    1. Fabrizio Piva

      Innanzitutto l’agricoltura biologica è un metodo di produzione i cui requisiti sono descritti nei Regg CE 834/2007 ed 889/2008, integrati con la specifica normativa nazionale. Il rispetto di tali requisiti è delegato ad organismi di certificazione riconosciuti da ogni singolo paese membro dell’UE, per l’Italia dal MIPAAF, Ciò comporta che il primo passaggio da fare è quello di presentare una “notifica di attività con metodo biologico”, ovvero una domanda di certificazione che, a seconda della Regione in cui ha sede l’allevamento, può essere presentata elettronicamente al SIB (Sistema informativo Biologico Nazionale) o al sistema regionale di riferimento solo per le Regioni che ne hanno attivato uno specifico (Emilia Romagna, Veneto, Lombardia, Piemonte, Toscana, Marche, Umbria, Puglia). La notifica può essere presentata direttamente dall’azienda, se in possesso di carta nazionale dei servizi, o dai soggetti mandatari del fascicolo aziendale (CAA di riferimento), nello stesso momento o comunque entro 30 gg dalla presentazione della notifica è necessario presentare, sempre in formato elettronico, il programma annuale delle produzioni zootecniche (PAPZ).
      Per quanto riguarda il processo produttivo è necessario tenere presente che in agricoltura biologica l’allevamento non può essere condotto senza terra e gli animali allevabili sono giustificati in base alla superficie condotta secondo il metodo biologico. Ogni 2 UBA (1 UBA corrisponde a 230 galline ovaiole) è necessario disporre di 2 ettari di terra “biologica”, terra che può essere quella aziendale o terra di altri produttori biologici a condizione che non siano già inseriti in accordi comprensoriali. L’azienda che alleva specie biologiche non può allevare la medesima specie in metodo convenzionale; è possibile allevare specie diverse dal pollame secondo metodi non biologici a condizione che questi siano allevati in unità produttive, provviste di edifici e appezzamenti nettamente separati dalle unità adibite alla produzione ed all’allevamento biologici.
      Il metodo descrive in modo particolareggiato i criteri di allevamento e i requisiti da rispettare per quanto attiene il reperimento degli animali biologici, l’alimentazione, la tipologia delle strutture, le pratiche zootecniche, la gestione delle deiezioni, la profilassi sanitaria, i trasporti ed i requisiti del benessere animale. Tali informazioni le può reperire in un testo legislativo consolidato recente che integra la normativa comunitaria con quella nazionale e che può reperire al seguente link http://www.ccpb.it/wp-content/uploads/2015/08/834-+-889-+-1235-+-DM-rev-2015_08.pdf

      Fabrizio Piva

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