Angelo Rossi (Clal): latte, prudente fiducia per i prossimi mesi

Dal Dairy Forum tenutosi nei giorni scorsi a Bardolino (Verona). L’etichettatura? Servirà, ma non poi molto


Casciotta D'Urbino da Montemaggiore al Metauro TreValli

Angelo Rossi, fondatore di Clal.it e organizzatore della sesta edizione del Dairy Forum che nei giorni scorsi ha portato il mondo lattiero caseario a Bardolino (Verona), lo ripete convintamente: “I prossimi mesi saranno all’insegna della prudente fiducia”. Decrittato, il messaggio suona all’insegna di un ottimismo sobrio, calvinista, in cui a incidere saranno più gli equilibri produttivi che non le fiammate di una domanda che appare, in questi frangenti, piuttosto timida.
La produzione mondiale in equivalente latte dovrebbe registrare nel 2016 un incremento dello 0,8% rispetto all’anno scorso. A livello europeo, dopo le fiammate durate parecchi mesi – dalla fine del regime delle quote latte (31 marzo 2015) fino a suppergiù tutto il primo semestre del 2016 – oggi la produzione sembra aver rallentato, complice appunto il ribasso dei prezzi che aveva portato a listini intorno ai 20-24 centesimi al chilogrammo alla fine di maggio in buona parte dell’Europa.
Da qui, la decisione di vendere o macellare le bovine, aderire alle misure di riduzione volontaria del Pacchetto Latte (i famosi 150 milioni di euro stanziati da Bruxelles e il riconoscimento di 14 centesimi per litro di latte non prodotto), incrementare gli stock di polveri di latte. In base ai dati Clal, infatti, nei magazzini dell’Unione europea al 31 agosto scorso erano stivate 415.422 tonnellate, il 9,5% in più rispetto al mese precedente e il 1.262,7% in più allo stesso periodo del 2015.
Quale sia stata la scintilla che ha innescato la ripresa dei prezzi di queste settimane è difficile dirlo e in verità è molto probabile che sia stato un insieme di congiunture che hanno portato il complesso mercato lattiero caseario a virare lentamente verso il positivo.
Fatto che sta che in Francia Lactalis ha previsto un contratto fino al prossimo dicembre che toccherà i 29-30 €/100 kg e che le ultime quotazioni utili sulle piazze di Lodi e Verona hanno registrato, rispettivamente, quota 40,50 €/100 kg e 40,75 €/100 kg per il latte crudo spot. Con una curiosità che evidenzia tutta l’anomalia di un mercato fortemente burrascoso nei mesi scorsi: i due principali mercati di riferimento in Italia hanno quotato a cifre superiori il latte estero. A Lodi il latte intero pastorizzato spot proveniente dalla Germania ha raggiunto quota 42,75 €/100 kg e a Verona il latte intero pastorizzato spot estero ha segnato il livello di 41,50 €/100 kg.
Con riferimento al Vecchio Continente, dal palco del Dairy Forum di Clal Carlos Martìn Òvilo della DG Agri della Commissione europea, ha riconosciuto che l’adesione all’incentivo di 14 centesimi al litro di latte per evitare la produzione non è stata omogenea per tutti i Paesi. Il blocco nordico, con in testa Francia, Germania, Olanda, Polonia, Danimarca e Irlanda ha evidentemente trovato molto più interessante adottare tale sistema. In Italia, al contrario, hanno aderito meno di mille aziende. Scarso entusiasmo, dovuto al fatto – come ha riconosciuto lo stesso dirigente dell’Ue – che in Italia, con costi di produzione maggiori e sentiment di ripresa più marcati rispetto ad altre aree geografiche dell’Europa, “Forse un incentivo di 14 centesimi non era sufficiente”.
Quello che è certo, osservando la mappa mondiale delle produzioni in equivalente latte, è che a influire sulle dinamiche di mercato sono tre macro aree, blocchi che producono di più rispetto al proprio fabbisogno interno e che dunque possono incidere sulle esportazioni. Sono queste: l’Oceania (332% del fabbisogno interno), l’Unione europea (112%) e il Nord America (108,4%).
Deficitari quanto al fabbisogno interno sono gli altri grandi blocchi del pianeta: America Latina e America Centrale (96%), Africa (88%), Europa Extra Ue (96%), Sud Est Asiatico (72%) e Medio Oriente (72%).
Uno degli elementi chiave per rivitalizzare il mercato è costituito dai dazi. Argomento complesso e che coinvolge il Wto e le istituzioni. Ma anche il Dairy Forum ha raccolto la disponibilità al dialogo fra le diverse aree geografiche. A chiederne l’abolizione, scatenando qualche mormorio protezionista nella platea di operatori lattiero caseari per lo più italiani ed europeo, è stata Kimberly Crewther, direttore esecutivo dell’associazione delle realtà lattiero casearie neozelandesi. “Non diamo sussidi ai nostri agricoltori – ha spiegato – e investiamo molto in ricerca e sviluppo, tanto che a una stalla media di 100 ettari e 400 capi viene trattenuta una cifra di seimila dollari l’anno dalle imprese di trasformazione”.
Un messaggio che dovrebbe forse essere assimilato anche dalla filiera Made in Italy, che forse non investe così tanto e si affida quasi esclusivamente alla tradizione dei formaggi Dop, che pure hanno caratteristiche specifiche, pur talvolta senza brillare in chiave di performance.
Anche l’India ha qualcosa da dire in termini di dazi. Mercato in totale equilibrio, con una produzione che copre il 100% del fabbisogno interno, allo stesso tempo sta raccogliendo le forze per affacciarsi su altri mercati. Sarà forse questione di tempo, anche perché il latte nell’economia e nella società indiana svolge un ruolo così determinante da avere l’aura della sacralità, ma fra gli operatori, al termine del Dairy Forum, più di uno mormorava che “quando il gigante indiano si sveglierà, l’economia lattiero casearia mondiale cambierà sensibilmente”. E il ruolo di player mondiale con alcuni assi nella manica da giocare lo riconosce lo stesso Giuseppe Ambrosi, presidente di Assolatte. “Con lo scenario presentato dal presidente di Parag, Oberoi – afferma Ambrosi – non sarei sorpreso se il prossimo Forum di Clal lo andassimo a fare in India. È un Paese che ha potenzialità enormi, si sta organizzando e ha un mercato in evoluzione, al quale guardiamo con grande interesse”.
In effetti, l’India è il primo produttore mondiale di latte con 145 milioni di tonnellate raccolte nel 2015, il 38% in più della produzione Usa. Sul piano dei dazi, il presidente di Parag Milk Foods, H.S. Oberoi lamenta il fatto che “l’applicazione di un dazio del 36% con la Corea del Sud ha azzerato di fatto l’export indiano verso Seul, mentre grazie ad accordi bilaterali Unione europea e Nuova Zelanda possono esportare a tasso zero: questo per l’India è un limite invalicabile”.
Eppure, i dazi non rappresentano l’unica variabile in grado di influenzare i flussi commerciali internazionali. Vi sono anche le barriere non tariffarie ad incidere. E poi vi sono altri elementi in grado di determinare la fortuna di un prodotto e la richiesta da parte dei consumatori. “Prendiamo il caso del latte per l’infanzia – sintetizza il prof. Philippe Chotteau, responsabile del dipartimento Economia dell’Institut de l’Elevage di Parigi – la Nuova Zelanda può contare su un dazio vantaggioso verso la Cina, eppure la crescita maggiore si è verificata sull’asse Unione europea-Cina”. Che sia perché è la qualità ad incidere maggiormente come variabile? O la sicurezza alimentare dei controlli pressanti svolti in Europa e in particolare in Italia?
Di certo il futuro vedrà – accanto all’etichettatura sull’origine della materia prima che dovrebbe entrare in vigore anche per l’Italia – sempre più marchi in grado di rispondere alle esigenze dei consumatori. Lo fa capire Flavio Fornari di Coop, che annuncia per il prossimo futuro “un brand di prodotti provenienti da allevamenti che rispettano il benessere animale”, e che si andrà ad affiancare ad altri marchi come quelli ogm-free o ai prodotti di alta montagna.
“D’altronde – puntualizza Vincenzo Giuliani di Conad – il consumatore chiede questo e noi dobbiamo essere in grado di fornirlo, privilegiando dove possibile le linee legate alla tipicità del prodotto, alla territorialità, al biologico”.
L’etichettatura? Servirà, ma non poi molto. Non sarà, insomma, l’elemento chiave, secondo quanto affermano le nuove generazioni di industriali (fra questi Martina Brazzale, Francesca Colla, Rodolfo Zanetti) e di allevatori che animano la tavola rotonda in chiusura del Dairy Forum.
C’è spazio anche per la celebrazione di un prodotto globale, come la mozzarella. Lo fa la professoressa Zena Roncada, con un parallelismo tra uno dei formaggi simbolo del Made in Italy e l’analisi della società liquida di uno dei più grandi sociologi viventi, Zygmunt Bauman. “La mozzarella – spiega – è un prodotto globale, ma con radici e know how ben saldi in Italia. deve essere valorizzata e bisogna che anche chi la produce all’estero sappia che sta producendo un patrimonio dell’umanità, realizzata grazie al sapere e alle tecnologie italiane”. Tenuto conto che nei formaggi un quarto del business italiano è rappresentato dalla mozzarella.
Per i formaggi l’anno agosto 2015/agosto 2016 ha visto una flessione dell’1,4% a valore (attestandosi a 6,053 miliardi di euro) e in volume (649mila tonnellate, -0,3%). Lo racconta Francesco Biella di Iri, che sottolinea un calo più marcato nel settore Cas&Carry, con un -2% nel business e un -2,4% nei formaggi. A livello europeo tirano il freno anche i consumi in Grecia (-1,6%) e in Spagna (-0,2%), mentre, in termini di valore, i segni negativi sono in Grecia (-1,2%) e nel Regno Unito (-3,3%).
Tuttavia, è uno dei messaggi del Dairy Forum di Clal, il formaggio ha l’opportunità di vivere una stagione di rilancio, attraverso nuovi prodotti, nuove esigenze da soddisfare, richieste e necessità dei consumatori che prima non c’erano. Il futuro sarà figlio di “tradizione e innovazione”, per usare un’espressione evergreen.
Accanto ai prodotti ormai entrati nella cultura dei consumi di ciascun paese, stanno infatti emergendo nuove possibilità: gli snack, i formaggi alternativi, le soluzioni da passeggio o per assecondare gli stili di vita e di cucina dei “nuovi abitanti”.
Matteo Bernardelli


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